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numero 280
6 marzo 2008
 
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E Walter disse: «Si può fare!»

di Anna Bono - 26 marzo 2008

Di una cosa bisogna dare atto ai militanti no global che contestano all'Occidente la pretesa di giudicare istituzioni, leggi e leader del resto del mondo: in certi casi, non hanno tutti i torti. Per esempio, se andrà in porto la vendita dell'Alitalia all'AirFrance nei termini avanzati dalla compagnia aerea d'oltralpe, sarà poi imbarazzante per l'Italia porre condizioni e ultimatum ai leader africani che amministrano malamente risorse e beni nazionali, accettando per tornaconto personale o imperizia i contratti sfavorevoli talvolta proposti da imprese straniere. La nostra flotta di 178 aeromobili, una delle più giovani d'Europa, potrebbe infatti essere acquistata al prezzo di 138,5 milioni di euro. «La stampa economica francese - scriveva in proposito il 18 marzo su «Italia Oggi» Franco Bechis - si è stupita della scarsità dell'offerta (...), talmente clamorosa da aver impedito perfino ai più nazionalisti d'Europa di stappare champagne per il grande affare spuntato. Sarà prudenza ma sembrano non credere nemmeno loro che il governo italiano possa consentire prezzi così da saldo per l'ingresso sul mercato domestico». Come termine di paragone si consideri che la cifra offerta equivale a circa la metà del costo dell'Airbus A380 comprato a ottobre dalla Singapore Airlines, per non dire dei 300 milioni di euro sborsati dal principe saudita al Waalid per il suo airbus privato personalizzato, verniciato d'oro.

Proprio in questi giorni persino il governo della Repubblica Democratica del Congo, che non ha mai brillato per oculatezza e solerzia nella gestione dei bilanci pubblici, si è deciso a rinegoziare i contratti stipulati con aziende straniere per lo sfruttamento dell'immenso patrimonio minerario del paese al fine di meglio garantire gli interessi nazionali. La Commissione governativa istituita per riesaminare i contratti ha già preso in esame 61 delle 4.542 concessioni stipulate negli anni scorsi con le 642 aziende straniere operanti nell'ex Zaire. Sempre pensando ai leader africani e alle loro promesse di trasparenza e buon governo tradite, che cosa potremo mai obiettare a un primo ministro o a un presidente africano che disponga disinvoltamente del denaro pubblico, sprecandolo in consumi vistosi pubblici e privati incurante delle condizioni disastrose in cui nel frattempo vivono i suoi connazionali, se dopo il 13 aprile avremo come premier un giovane di 52 anni - Walter Veltroni - che dal 2001 percepisce una pensione di 5.216 euro netti al mese e che inoltre ha potuto cumularla allo stipendio di 9.762 euro lordi, sempre al mese, percepiti in qualità di sindaco della capitale. Né si tratta di un caso eccezionale. Antonio di Pietro, ad esempio, a quanto pare gode di una pensione addirittura dall'età di 45 anni. Clamorosa poi è la situazione della Campania. Sotto il governo Bassolino, la Regione si è dotata di una sede americana, una «casa della Campania» situata in una palazzina liberty a Manhattan, New York, niente meno che sulla 54esima strada, tra la Quinta e la Madison Avenue. «Una tappa per riportare nel mondo la nostra giusta immagine»: queste le parole con cui ha annunciato l'iniziativa il Governatore Bassolino e intanto in tutto il mondo scorrono da anni le immagini di una regione sommersa dai rifiuti, ai cui abitanti si chiede per Pasqua di tenere a casa la spazzatura in previsione della ridotta disponibilità di personale a causa delle festività.

Tanto per restare in tema: le elezioni in Africa sono spesso occasione di commenti ironici sulla semplicità degli slogan e dei simboli usati dai candidati, che rispecchiano l'immaturità politica dei loro elettori. Ad esempio, alla vigilia delle elezioni generali svoltesi in Kenya il 27 dicembre 2007, sui quotidiani italiani si è ricordato che il principale partito dell'opposizione si chiama Partito democratico arancio, dove «arancio» non sta a indicare il colore, ma il frutto, scelto come contrassegno all'epoca del referendum sulla riforma costituzionale proposta dal governo nel 2005 (mentre il movimento favorevole agli emendamenti militava sotto quello della «banana»). Se vincesse, Veltroni diventerebbe premier grazie a uno slogan - «Si può fare» - che, benché si dica ispirato a quello di Barack Obama, «Yes, we can» (Si, possiamo), è esattamente la mitica frase pronunciata da Gene Wilder, nei panni di Frederick, in «Frankestein Junior», l'indimenticabile film di Mel Brooks del 1974.

! Anna Bono
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Ragionpolitica, periodico on line n.257 del 26/3/2008
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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