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6 marzo 2008
 
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Sud e impresa: gli errori della sinistra

di Armando Pannone - 26 marzo 2008

Non basta una fiscalità di vantaggio a favore delle imprese che operano nel Sud Italia per ridurre il divario con il Nord Est ed il resto del paese. Le condizioni che devono fronteggiare gli investitori sono diverse, a partire dal costo del denaro, più elevato nel Meridione per via delle oggettive difficoltà di investimento e reperimento capitali. E' complessivamente il sistema Sud a non funzionare, appesantito da orpelli di burocrazia asfissiante, da arabeschi di indolenza diffusa e dalla diuturna lotta contro la criminalità, organizzata e non. Nel sistema Sud, la Campania è l'esempio più eclatante del fallimento della politica economica della sinistra nel Mezzogiorno. Non ha prodotto frutti significativi semplicemente perché è antitetico ad un efficiente sistema imprese messo a punto nel Nord Italia, ma, in generale, in tutto il Paese. Anzitutto le dimensioni. La vocazione settentrionale alle forme di cooperazione industriale ed alla tipologia familiare dell'impresa si è rivelata vincente nel tempo. Costi abbattuti, efficienza e resa elevate per via di incentivazioni e di rapporti solidi con le banche sono le espressioni più evidenti della validità della ricetta liberista del Nord. Al Sud, invece, le cose sono diverse, per niente omogenee. Le grandi aree calabresi interessate da poche realtà industriali di rilievo sono il contraltare delle significative realtà industriali campane. Entrambe le espressioni del mondo delle imprese sono accomunate dalle oggettive difficoltà sopra enunciate e, sotto traccia, da una vocazione individualista che non lascia decollare forme sane di associazionismo imprenditoriale. Si aggiunga la tendenza alla richiesta di forme di finanziamento pubblico che non sempre ha prodotto benessere diffuso e solido tessuto industriale per comprendere come l'assistenzialismo sia, in un sistema generalizzato di sfruttamento delle risorse, figlio di scelte politiche centraliste ormai insostenibili ed improponibili.

L'elevato tasso di disoccupazione e l'emorragia di giovani che ancora partono dal Sud verso il Nord in cerca di lavoro costituiscono, purtroppo, la prova regina di quanto è sotto gli occhi di tutti. La sinistra che in Campania e nel Sud in generale ha auspicato il decollo dell'economia locale, caldeggiato lo sviluppo e l'incremento dei livelli occupazionali, non ha saputo sfruttare le potenzialità di una parte decisiva del Paese per risollevarsi e creare davvero opportunità di lavoro e prospettive serie di futuro per i giovani. Rimedi? Il primo, il più importante, è senz'altro il federalismo fiscale da applicare ponendo un tetto serio alle spese cosiddette politiche delle Regioni, costringendo così il budget di ciascun Ente a restringersi concentrandosi sulle spese essenziali e non certo su prebende distribuite in maniera estemporanea per fabbricare consensi, scaricandone però i costi sui cittadini. La sinistra che votò contro il federalismo fiscale non ha certo reso un buon servigio al Paese ma al Sud in particolare perché, senza plafond di spesa, le Regioni hanno continuato nella corsa alle spese perdendo di vista il corretto metro di giudizio.

Il rigore nella spesa è l'unica strada per ridurre i costi di politiche centraliste che non lasciano esprimere le potenzialità dei giovani del Sud e dell'impresa meridionale, mortificata da carichi fiscali insostenibili che scoraggiano ogni tipo forma di investimento. Non poche fabbriche, ad esempio, chiudono al Sud e vanno ad investire nell'Europa dell'Est. Invertire la tendenza è possibile, puntando sull'opzione liberista, l'unica in grado di sprigionare risorse e favorire ogni forma di attività imprenditoriale in fieri. Sostituire le partecipazioni statali con le joint ventures può essere utile per abbattere i costi complessivi degli appalti pubblici ma non basta se l'azione economica non è sorretta dalla autentica volontà di cambiare rotta, puntando alla valorizzazione delle risorse attraverso un localismo di recupero che favorisca davvero occupazione e sviluppo. Un rilancio del Sud non è proponibile se a richiederlo è una sinistra che ha avuto almeno quindici, venti anni di tempo per raccogliere i frutti del suo progetto politico.

E' molto più serio ed utile rilanciare un modo nuovo di fare politica e, dunque, economia. Un modo di guardare al futuro d'impresa in linea con l'eccellenza del Nord Est, per una ritrovata sinergia d'interventi strutturali necessaria per attrarre investitori meridionali o comunque interessati al Mezzogiorno. Le cattedrali nel deserto calabro, i cementifici sulle coste o le tante opere pubbliche incompiute hanno soltanto guastato sul nascere fiorenti economie, stravolgendone la mission, pur di gestire capitali statali o europei. La sinistra al Sud ha usato l'arma del reddito sociale per spezzare i passi alla libera iniziativa e smorzare la creatività, appiattendone i sogni di rilancio personale e generale. Questa impostazione ideologica, prima che economica, si è rivelata un moltiplicatore di consensi e di privilegi che non hanno lasciato altra alternativa a chi davvero voleva creare lavoro se non la fuga o l'abbandono delle personali progettualità cercandosi amici influenti per non fallire. Il Sud può cambiare la sua storia se davvero si stacca dalla logica dell'assistenza a tutti i costi e imbocca la strada, nuova ma affascinante, della libertà d'impresa.

! Armando Pannone
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