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6 marzo 2008
 
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Tamburi di guerra, gemiti di pace

di Gabriele Cazzulini - 29 marzo 2008

Il prossimo 14 maggio Israele spegnerà le candeline sulla torta del suo sessantesimo compleanno. Anche i suoi nemici palestinesi vorrebbero contribuire ai festeggiamenti sostituendo le candeline con candelotti di dinamite. Dopo decenni di conflitti, sangue e morti la storia non sembra intenzionata a cambiare il suo senso di marcia: conflitto, sangue, morte. Israele s'è impantanata tra uno scontro finale su Gaza, con immediata condanna globale, e una pace dal prezzo troppo alto per garantire la sicurezza futura.

Nel lessico politico palestinese la pace con Israele vuol dire una vittoria ottenuta con le armi della diplomazia. Ma il vero problema di fondo è che i palestinesi non parlano la stessa lingua. Allora succede che rappresentanti dei due tronconi della Palestina, Gaza e Cisgiordania, riescano ad apporre la loro firma su un documento che spiana la strada alla riappacificazione della Palestina - il cosiddetto accordo dello Yemen, che è stato il mediatore della trattativa. Sùbito le cancellerie internazionali entrano in fibrillazione per le conseguenze: fine della guerra civile palestinese, formazione di un governo a due Hamas-Fatah, riunificazione delle due metà palestinesi sotto l'Autorità Nazionale Palestinese e riapertura della strada per la pace con Israele. Solo che a distanza di 24 ore il presidente della Cisgiordania irrompe sulle agenzie d'informazione di tutto il mondo dichiarando nullo l'accordo. Neanche il tempo di alzare i calici per il brindisi che si ricomincia da zero. Nulla di fatto.

La razionalità politica dei leaders palestinesi oscilla come un pendolo impazzito tra l'estremo della massima potenza e l'estremo opposto della disperazione. Se l'accordo dello Yemen fosse andato in porto, la Palestina oggi sarebbe sulla via di sanare le sue piaghe. Niente da eccepire, se non fosse che questa mancata ripresa politica avrebbe costituito una seria minaccia per Israele. Forse sarà stata la presenza del vicepresidente americano in Medioriente negli stessi giorni a dissuadere Abbas dal ritornare a braccetto coi fratelli di Gaza. Le prospettive americane per la Palestina sono infatti differenti: se l'ideale sarebbe cancellare Hamas, il minimo è privarla del controllo su Gaza. Ovviamente l'accordo stracciato da Abbas non prevedeva questa clausola.

Il conflitto Israele-Palestina resta un conflitto a somma zero: ogni volta che una delle due parti si rafforza, l'altra si indebolisce. In questa struttura la sfida diventa trovare un accordo che sia vantaggioso per entrambi. Ma al momento attuale è un'utopia, perché sono attive molteplici logiche conflittuali:

  1. Sia Israele che i palestinesi possono continuare a rinviare la loro pacificazione, come stanno facendo da sessant'anni a questa parte.
  2. Numerose potenze arabe, in prima fila Iran e Siria, mantengono forti interessi ad impedire la pace.
  3. La Palestina è spaccata in due parti ed è un coagulo di forze eterogenee, con partiti armati, milizie senza rappresentanza politica, che entrano ed escono dalla Palestina senza controllo.
  4. Israele è priva di una leadership che abbia scelto con determinazione la via della pace.
  5. La Palestina è priva di una struttura istituzionale adeguata a fronteggiare le crisi, lasciando invece il potere alle forze che di volta in volta sono le più agguerrite.

Naturalmente non bastano le dita di una sola mano per enumerare la lunghissima lista di fattori che impediscono di pacificare i rapporti tra Israele e Palestina. Come dimostra chiaramente il misero epilogo dell'accordo firmato in Yemen e poi stracciato il giorno dopo, non ci saranno cambiamenti finché l'interesse di una parte sarà danneggiato dall'interesse dell'altra - finché, quindi, la pace non sarà maturata come interesse comune.

! Gabriele Cazzulini
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