|
|||||||
|
|
Giovani? Altro che bamboccioni!di Remo Viazzi - 29 marzo 2008 Il sondaggio dell'Istituto Piepoli apparso su «il Giornale» sembra smentire clamorosamente la spietata analisi che dei giovani italiani aveva fatto pochi mesi fa il ministro Padoa-Schioppa. Al di là del fatto che le intenzioni di voto degli under 34 danno ali alle speranze di vittoria del Pdl, sono altri i dati che fanno riflettere. In particolare non deve sfuggire che le aspettative dei giovani collimano con gli ideali e il programma che vogliono riportare Berlusconi alla guida del paese: la riduzione delle tasse in busta paga e la sicurezza sono i temi più gettonati e dimostrano un'identità di vedute, un comune sentire, per molti inaspettati. C'è, però, anche di più. Qualcosa che non sta in superficie, ma scava nel profondo dell'animo dei giovani e ne offre un ritratto che capovolge lo stereotipo - falso - del bamboccione, che ha paura di abbandonare la casa dei genitori per affrontare la vita. Perché il dato più eclatante è un altro: per i giovani oggi è assolutamente necessario tornare a porre la meritocrazia al cento del sistema-paese. Solo sulla base di questa è lecito ambire ricoprire ruoli di responsabilità, farsi strada, affermarsi. Non solo nel mondo del lavoro, ma anche nel corso del curriculum studiorum! È musica per chi, come me, sostiene da tempo che la scuola italiana è inadeguata proprio per aver abbandonato ogni criterio meritocratico e per aver elevato ad unico elemento di valutazione di sé quello, sterile, dell'abbandono scolastico, riducendo il diritto allo studio al «dovere di essere promossi», senza alcuna attenzione per quanto si vale veramente. Come non salutare perciò con entusiasmo e compiacimento il fatto che alla domanda «Quanto conterà nel determinare il suo voto la proposta di indurre criteri di maggior meritocrazia, che consentano sia a scuola che sul lavoro, sia nel privato che nel pubblico, di premiare davvero i migliori?», addirittura l'88% degli intervistati abbia risposto molto o abbastanza (rispettivamente il 41% e il 47%)? Come poi non far rilevare che alla domanda «In che misura per indurre criteri di maggior meritocrazia è necessario essere più severi nei sistemi di valutazione?», l'85% degli intervistati abbia risposto molto o abbastanza (rispettivamente il 30% e il 55%)? I dati che emergono da quest'inchiesta possono anche sorprendere, ma certamente smontano l'immaginario collettivo che presenta i giovani come poco disposti a mettersi in gioco, diffidenti nei confronti della società, sempre più propensi a credere che ci si possa far largo solo a forza di «raccomandazioni» e «spintarelle», ma che invece non stupiscono quanti hanno sempre pensato che i ragazzi di oggi siano, mutatis mutandis, esattamente come quelli di ieri. Basta saperli stimolare, renderli consapevoli delle proprie capacità, non illuderli, supportarli, che essi rispondono e dimostrano vitalità, intraprendenza, senso del sacrificio, volontà di impegno non certo inferiore a quella di altre generazioni. Dalle risposte dei giovani under 34 si evince così l'esigenza, fortissima, di un ritorno alla severità, anche nella scuola, che deve di necessità recuperare un ruolo formativo essenziale: quello cioè di saper indirizzare i giovani. Senza inganni, senza inutile buonismo, senza sconti. Il vero compito della scuola è quello di aiutare i giovani a comprendere, nel più breve tempo possibile e nella maniera meno traumatica possibile, quale sia la loro strada, per che cosa siano davvero «tagliati». Si tratta, certo, di un compito duro e ingrato, che infatti non può che essere atteso in armonia con la famiglia, ma che i ragazzi esigono che venga svolto. Premiare la meritocrazia non vuol dire lasciare indietro i più deboli, tutt'altro. Ognuno sarà tanto più debole quanto più tardi si renderà conto di aver sbagliato strada, di aver speso male il proprio tempo. Allora sì, è facile che un ragazzo si senta un «fallito» e che ai suoi occhi la società degli adulti perda credibilità. Non certo quando, per tempo e con tutti gli accorgimenti utili, si cerca di aiutarli a compiere le scelte che - responsabilmente - si ritengono per loro più opportune e calibrate. Il giudizio severo può far male lì per lì, ma nel lungo periodo è ineludibile. Bisogna evitare che essi pensino di essere quello che non sono, o peggio, quello che non potranno mai essere, e comunque la scuola non può prestarsi a questo assurdo inganno. È un vero successo che questa voce si levi oggi proprio dai giovani. E non è un caso che la loro preferenza di voto vada per il Pdl e per Silvio Berlusconi, che da sempre incarna l'ideale italiano del self made man, di chi - rischiando sulla propria pelle - ha saputo crearsi una posizione basata interamente sul merito.
|
Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail IN QUESTO NUMERO
|
|||||
|
Ragionpolitica, periodico on line n.257 del 26/3/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
|||||||