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Qualcosa si muove in Pakistandi Matteo Gualdi - 29 marzo 2008 A quasi due mesi dalle elezioni di febbraio, in Pakistan si osservano i primi segnali di cambiamento. La vittoria del Partito della Lega Musulmana, guidato dall'ex premier Nawaz Sharif, e del Partito Popolare del Pakistan, guidato da Asif Ali Zardari, prometteva di portare con sé grandi novità. Per il momento sembra che le attese non siano andate deluse, ed a farne le spese sono soprattutto i rapporti con gli Stati Uniti, abituati ad avere nel presidente Musharraf un interlocutore privilegiato. Nel giorno dell'insediamento del nuovo premier Yousaf Raza Gillani, Nawaz Sharif ha incontrato i rappresentanti degli Stati Uniti, John D. Negroponte e Richard A. Boucher, ed ha dichiarato: «E' inaccettabile che il Pakistan sia diventato un campo di battaglia... Capisco che l'America voglia liberarsi dei terroristi, ma non accetteremo più che i nostri villaggi ed i nostri paesi vengano bombardati». Le dichiarazioni del leader del maggior partito pakistano rivelano la volontà del nuovo parlamento di imporre dei limiti alle attività di Washington nella lotta alle milizie lungo il confine con l'Afghanistan. Una lotta che sembra stia diventando molto impopolare soprattutto per colpa dell'aumento degli attentati suicidi, che vengono visti come una ritorsione causata dall'attività dei militari americani. La teoria è che, se cesseranno le incursioni aeree degli alleati contro i santuari dei talebani e di Al Qaeda, terminerebbero anche gli attentati suicidi. Al momento dell'insediamento il premier Gillani ha ricevuto le congratulazioni del presidente Bush, al quale ha precisato che «il Pakistan continuerà a combattere il terrorismo in tutte le sue forme», chiedendo però un «approccio comprensivo» che concili le esigenze della politica con quelle dello sviluppo. E' la stessa precisazione che Sharif ha fatto a Negroponte: «Nessuno vuole supportare il terrorismo, ma ci sono diversi modi di combatterlo». Resta il fatto che tali posizioni rappresentano una rottura con il passato, e sono tese a marcare la distanza con la politica finora seguita dal presidente Musharaff. Non a caso ieri The News, uno dei giornali in lingua inglese maggiormente letti in Pakistan, ha intitolato un suo editoriale: «Zio Sam, giù le mani prego». Nell'articolo si precisava che «gli americani devono capire che il parlamento appena eletto dovrà essere il loro nuovo interlocutore, al posto di Musharraf». Era inevitabile, del resto, che i risultati delle elezioni portassero delle conseguenze. Da una parte, per fortuna, i pachistani hanno sonoramente bocciato i partiti dei radicali islamici, dall'altra però hanno respinto anche la politica del presidente ed i suoi legami con gli Stati Uniti. Perfino i recenti cambiamenti ai vertici militari sembrano essere stati decisi per dimostrare l'indipendenza dell'esercito da Musharraf. Il generale Kayani, nominato a dicembre dal presidente, ha deciso di assegnare al generale Shafaat Ullah Shah il comando dell'esercito a Lahore, la seconda città del Pakistan ed al generale Sajjad Akram il comando a Mangla, città strategica al confine con l'India. Insomma, Musharraf sembra essere sempre più solo, e con ciò gli Stati Uniti perdono l'interlocutore principale. E' presto per dire se il cambio di rotta sarà in grado di portare risultati nella guerra al terrorismo, ma certamente sarà importante continuare a tenere sotto pressione i talebani ed i terroristi di Al Qaeda per non lasciargli alcun margine di vittoria.
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Ragionpolitica, periodico on line n.257 del 26/3/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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