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numero 280
6 marzo 2008
 
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Le Olimpiadi secondo Pechino

di Daniele Martino - 1 aprile 2008

Il governo cinese ha risposto ai massimi livelli all'Unione Europea, che chiedeva un «dialogo costruttivo» per il Tibet. Per voce del primo ministro Wen Jiabao, la posizione cinese è che «il Tibet resta un affare interno della Cina, che non deve minare i nostri ottimi rapporti con l'Europa». La tattica che il governo cinese intende affrontare è molto semplice: separare le Olimpiadi dal Tibet. In questo senso s'inquadra la missione avvenuta sabato scorso di alcuni diplomatici europei e nordamericani a Lhasa. Durante una visita di appena quattro ore, è stata mostrata una città completamente tranquilla sotto l'aspetto dell'ordine pubblico, dove le uniche note stonate erano i negozi dei cinesi bruciati e saccheggiati dai tibetani. Questa visita segna per Pechino la parola fine sulle «interferenze» dell'Occidente in Tibet: d'ora in avanti, la parola d'ordine per la Cina è «far dimenticare» il Tibet al resto del mondo, continuando a confinarlo ai margini di ogni circuito libero d'informazione. Per questo, il premier Wen Jiabao e tutte le autorità dello Stato continuano a sottolineare il carattere «interno» delle sollevazioni, inquadrandole in una sovversione per l'indipendenza e in una protesta contro il potere centrale.

Alla Cina le Olimpiadi interessano solamente per un fattore economico e di prestigio nazionale, non per una legittimazione dei diritti umani; il messaggio olimpico sarà incentrato solamente sui progressi infrastrutturali e materiali, concentrandosi soprattutto sulle condizioni di vita nelle aree metropolitane, che sono in via di notevole miglioramento. Per il governo cinese il concetto di «diritto umano» non è legato al progresso economico; la nomenklatura del Partito Comunista Cinese sta puntando tutto sulla crescita economica, e gli interventi più concreti vanno nella direzione di un controllo statale della crescita, ma non di una sua diminuzione o rallentamento. Questo perché i cinesi hanno imparato la lezione sovietica: secondo il pensiero dell'establishment cinese, il crollo dell'Urss è avvenuto a causa della crisi economica, e la perestrojka è stata solo un palliativo per «distrarre» la popolazione sovietica dalla crisi economica che però si è rivelata più nociva del male che intendeva alleviare. Difatti, la perestrojka portò alla ribalta le questioni etniche e l'autodeterminazione dei popoli sovietici, che provocarono il dissolvimento territoriale dell'Urss.

La Cina ha puntato tutte le sue carte sulla crescita economica, limitandosi solo a controllare il crescente grado di urbanizzazione; per fare questo, il Partito Comunista Cinese ha dovuto abdicare al ruolo di pianificazione della politica economica, tenendosi solo il compito di «controllo e direzione» dell'economia cinese. Per continuare a sopravvivere, in Cina il Pcc ha dovuto lasciare spazio alla libera iniziativa e si è concentrato esclusivamente sul tema delle libertà personali; riguardo ai diritti umani, il gruppo dirigente cinese ha sostanzialmente raggiunto gli obiettivi prefissati, tant'è che oggi le uniche proteste non si verificano più per questioni politiche, ma trovano la loro ragione sulla base del trattamento delle minoranze etniche. Raggiunto il benessere economico, la nascente borghesia cinese non ha un desiderio di democrazia e libertà secondo i canoni occidentali, ma mira solo ad una maggiore possibilità di intervento economico e finanziario; lo scopo della middle-class cinese (più di 100 milioni di consumatori) è aprirsi ancora di più all'interscambio commerciale con l'estero e allargare il mercato interno allo scopo di incrementare i profitti. La Cina non vuole le Olimpiadi per i diritti umani: le vuole per gli affari.

Daniele Martino

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Ragionpolitica, periodico on line n.258 del 1/4/2008
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