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Il fallimento del comunismo in Boliviadi Gabriele Cazzulini - 3 aprile 2008 C'era un tempo in cui l'America scritta con la kappa era portata davanti ai tribunali del popolo istituiti ad ogni angolo di piazza e processata per il reato di imperialismo. Era un'accusa naturalmente così vaga che finiva per essere una spugna che assorbiva qualunque traccia lasciata dall'America. Ogni tribunale rivoluzionario si sente animato dall'impulso di fare giustizia a tutti i costi, compreso quello di commettere ingiustizie. Paradossi molto comuni per chi è abituato a sventolare la bandiera rossa prima di ammainarla e issare la bandiera bianca. Così ogni lattina di coca-cola si tramutava, agli occhi iniettati di sangue dei comunisti, nel proiettile sparato dagli amerikani contro la coscienza del mondo. Largo al sabotaggio e ad ogni gesto per bloccare la marcia imperialista amerikana. Ora gli anni sono volati via ma l'ipocrisia rossa è sempre viva e vegeta, se non fosse che questa volta la mentalità anti-amerikana viene sonoramente presa a sberle dalla realtà. Succede infatti che sale al potere Evo Morales, fresco presidente della Bolivia, America Latina, che per i neuroni anchilosati agli stereotipi della sinistra rappresenta la metà buona del continente americano. Quella metà sfruttata e spremuta dai colonialisti europei prima e dalle multinazionali amerikane dopo. Ecco, le grandi società americane vengono nuovamente trascinate sul banco degli imputati. Un altro tribunale popolare, un'altra condanna prefabbricata dalla politica con la toga. Questa volta tocca alle imprese che gestiscono l'estrazione delle materie prime. Il j'accuse è sempre il solito: espropriazione delle ricchezze del popolo. La condanna è pronta: nazionalizzazione totale. A qualunque latitudine, la sinistra parla sempre lo stesso linguaggio, usando sempre le stesse parole marcite nell'immondizia storica e aggiungendo sempre lo stesso roboante aggettivo: «totale». Attenzione perché questa totalità è fondamentale. Quindi il presidente Morales, il primo presidente indigeno della Bolivia, infuoca le masse promettendo la distribuzione dei profitti dati dalle materie prime. Da un'angolatura più ampia, questo rigurgito comunista di vecchio stampo è inquadrato in una rivoluzione istituzionale che Morales ha scatenato per rifare la struttura politica della Bolivia secondo un modello dittatoriale, centralista e pianificatore. Dicesi socialismo latinoamericano. Vedi Chàvez e altre edificanti figure di paladini dei diritti umani, tutti discepoli di quell'anti-cristo di Fidel Castro e di quella patria dei diritti umani che è Cuba. Come sempre avviene quando si esaurisce l'orgasmo ideologico, la realtà non è così entusiasmante. Nella piccola Bolivia la nazionalizzazione ha fatto collassare il sistema economico, guarda caso dipendente dalle imprese straniere, che oltre a fare profitto, tenevano in vita una popolazione altrimenti destinata all'estinzione per fame. Dettaglio non certo trascurabile. Infatti questo fastidioso dettaglio si è gonfiato rapidamente in un bubbone così grosso che alla fine è esploso in faccia a Morales. Dal sì incondizionato alla nazionalizzazione, il piccolo presidente è passato ad un sì seguito sùbito da un forse. Alla fine il forse ha cancellato anche il sì. Adesso la Bolivia torna sui suoi passi ma non lo fa con le imprese che ha appena scacciato. Lo fa con una compagnia verso la quale fare parlare di nazionalizzazione è molto pericoloso. Però è l'unica disposta ad intervenire in una situazione economicamente disastrata e politicamente instabile. Sì è proprio lei, Gazprom. Il governo boliviano ha aperto le porte al colosso energetico russo per esplorare i suoi vasti giacimenti naturali e compartecipare agli utili. Alla fine della storia, il punteggio finale è pesante. Primo. Il grido di battaglia di Morales l'anti-amerikano si è smorzato in un pietoso miagolio. Secondo. Un altro fallimento comunista non ha fatto altro che peggiorare le condizioni già stremate della popolazione. Terzo. Per rimediare al disastro, cosa si fa? Carta bianca a Gazprom, cioè aprendo le porte ad una nuova colonizzazione ancora più aspra e predatrice. In Bolivia si apre a Gazprom, mentre in Ucraina battono ancora i denti per il freddo e la paura pensando alla compagnia energetica russa. Idem in Bielorussia e presso molti altri clienti di Gazprom che si sono ritrovati nella scomoda posizione di sudditi. Naturalmente le condizioni per il ritorno di una compagnia privata sono state ammorbidite, sia sconfessando l'impeto rivoluzionario sia svendendo l'accesso alle risorse naturali del paese. Doppio fiasco. Se socialismo fa rima con impoverimento allora c'è un errore di ortografia politica. In attesa che una mente divina e oltremodo pietosa ci fornisca uno straccio per pulire queste sporcizie, l'epilogo non fa sorridere. Scacciato il fasullo imperialismo amerikano, è arrivato il vero imperialismo. Scacciarlo sarà dura. Intanto sarà Morales a togliere presto il disturbo, dopo aver deluso e stremato il suo popolo e svenduto il suo paese alla Russia.
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Ragionpolitica, periodico on line n.258 del 1/4/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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