|
|||||||
|
|
Chi copia l'altro?di Gianni Baget Bozzo - tratto da del 1 aprile 2008 Sia Berlusconi che Veltroni non si sono riconosciuti nel «Veltrusconi» disegnato da Newsweek con mezza faccia dell'uno e mezza faccia dell'altro. Ciò ha fatto felice Casini, che aveva usato la parola per esprimere la sua opposizione alla cosa. Invece la rivista americana ha visto l'intesa come benefica. E ciò non è tanto importante per Veltroni, perché la stampa internazionale ha sempre approvato il candidato della sinistra. E' importante per Berlusconi, perché mostra che la grande delegittimazione è finita. Non gli ha fatto tanto danno, perché nel 2006, quando il rigetto mondiale di Berlusconi era al massimo livello, egli ha vinto le elezioni. E c'è voluto un piccolo colpo di Stato per governare il parlamento eletto due anni fa come una coalizione antifascista fatta per combattere il «Caimano». Oggi questi giorni sono lontani e non bastano le encicliche settimanali di Eugenio Scalfari e Barbara Spinelli per ricreare quel clima andato per sempre perduto. Comprendiamo perché il fenomeno Berlusconi fosse inquietante: egli era riuscito ad avere un consenso popolare senza i partiti e contro i partiti, aveva mostrato che la democrazia era oltre la partitocrazia, oltre le culture legittime, le politiche legittime. Paradossalmente, senza volerlo, l'imprenditore Berlusconi ha organizzato quella rivolta della società civile e del popolo contro il potere che proprio la sinistra aveva teorizzato. Berlusconi è un fenomeno delegittimato perché è egli stesso un fatto delegittimante. Massimo D'Alema non ha mai sottovalutato il fatto Berlusconi e ha lungamente cercato, durante il suo governo, di bilanciare il contrasto politico radicale con la cooperazione costituzionale. La sua coalizione glielo ha impedito e infine lo ha obbligato a dare le dimissioni sulla medesima questione - l'intervento in Serbia - su cui aveva fatto cadere Prodi. In un'intervista nella passeggiata napoletana, D'Alema ha detto che parlare con i giornalisti è avere un pubblico facile che condivide apertamente le opinioni che egli può esporre. Ma che il popolo e la società sono su un'altra lunghezza d'onda e che Berlusconi raggiunge proprio ciò che il mondo delle culture politiche non raggiunge. Ciò naturalmente gli ha fatto applicare l'aggettivo di populista, come se egli fosse Evita Peròn e l'Italia l'Argentina del '45, quella dei descamisados. Ma Berlusconi ha capito il contrario: ha compreso che i vincoli di appartenenza e di territorio vengono superati dalla comunicazione, dalla televisione, da internet. Egli ha puntato su una società di singoli e non su una società di massa. Ha potuto cioè giocare la carta della democrazia spingendo la democrazia parlamentare verso la democrazia diretta. E questo è stato sentito dalla cultura parlamentare delle istituzioni come la delegittimazione maggiore: l'affermazione di un vincolo diretto tra il potere e il popolo che oltrepassasse il parlamento. Ma l'elettorato italiano chiedeva dagli anni Novanta questo passaggio, che iniziò con il successo che ebbe il referendum Segni sulla preferenza unica. E proprio la frattura dei partiti dal popolo rese possibile Mani Pulite e la fine violenta dei partiti occidentali. Berlusconi ha cavalcato il medesimo cavallo che aveva usato Di Pietro ed è giunto al popolo non mediante i processi e il circolo mediatico-giudiziario, ma mediante l'appello televisivo a sostegno di quelle forze politiche il cui personale Mani Pulite aveva distrutto. Di Pietro ha un suo quoziente elettorale grazie alla sinistra, ma Berlusconi è stato un fatto che in senso improprio potremmo chiamare «rivoluzionario», perché si è posto contro le istituzioni e contro l'informazione, in nome del popolo contro le élites. Questo spiega perché il valore sconvolgente di questo appello al popolo sia stato sentito come una provocazione dalla stampa internazionale. Se Berlusconi oggi è universalmente legittimato è perché il Partito Democratico ha dovuto fare la più grande autocritica della storia comunista, che ne ha fatte tante: rinunciare a fare dell'intesa con i cattolici la chiave della sua identità politica e accettare di scegliere anch'esso nella società dei singoli puntando sulla televisione e sulla comunicazione generale. Berlusconi ha prodotto quella che, con un linguaggio gramsciano, potremmo chiamare l'«egemonia» sull'avversario, il fargli assumere il proprio linguaggio. Non era l'egemonia sul linguaggio del mondo cattolico e della Dc stessa la chiave del successo dei comunisti nella prima Repubblica? Essi avevano allora contato sulla carta stampata e sugli intellettuali, la nuova classe che si aggiungeva al proletariato. Oggi Berlusconi parla al popolo che è fuori della cultura del potere e D'Alema comprende che il grande delegittimatore ha ottenuto il successo su coloro che lo avevano giudicato come un errore della mente e della storia e gli avevano applicato le categorie sperimentate nel definire il fascismo. Berlusconi per primo ha adottato la parola «Italia» che era un elemento minore del pensiero fascista, ma la sinistra l'ha seguito largamente su questo terreno. Ora Veltroni parla il linguaggio del grande avversario e prende atto che la via della confluenza nel medesimo partito di cattolici e comunisti è una via che non conduce da nessuna parte. E quindi il Partito Democratico, così come è ora, è un'utopia del passato. Veltroni vuole la sconfitta elettorale alle politiche e la guerra interna al suo partito; vuole rimanere, anche se sconfitto, alla segreteria e fare le primarie costruendo il Pd sulla misura dell'azione politica di Berlusconi. Veltroni vuole perdere, non vincere, perché sa bene che governare oggi è un compito gravoso che egli lascia volentieri all'avversario. Lui vuole perdere il governo e vincere la battaglia nel partito. E se le larghe intese saranno omogenee a questo disegno, Veltroni farà un passo di danza con il Popolo della Libertà.
|
Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail IN QUESTO NUMERO
|
|||||
|
Ragionpolitica, periodico on line n.258 del 1/4/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
|||||||