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Rialzati, Irpinia!di Elisabetta Gardini - 3 aprile 2008 La politica del palazzo è stato il vero cancro dell'Irpinia. La metastasi è sotto gli occhi di tutti: a rischio le falde acquifere, la proverbiale aria buona, la bellezza dei campi coltivati a viti, ortaggi e grano. L'emergenza rifiuti spinge la «piccola Svizzera» verso una strada senza ritorno e dà inquietante continuità a una gestione del malaffare che non si è mai fermata dall'emergenza seguita al terremoto dell'80. Di fatto mette il sigillo a un passato cominciato con la leggi dell'81 e dell'82, che per prime normarono il flusso di denaro destinato alla ricostruzione. I terremoti dell'80 e dell'81 provocarono tra la Campania e la Basilicata quasi 2.735 morti e 8.850 feriti: nella sola provincia di Avellino furono 119, alcuni in modo irreparabile, i Comuni colpiti. Alcuni di voi avranno avuto la casa danneggiata o la perdita di un caro, anch'io partecipai alla gara di solidarietà che coinvolse paesi di tutti i continenti. Ma, al di là della pena e della commozione, la catastrofe significò un'incalcolabile pioggia di denaro, che fino al 1992 impegnò una somma superiore ai 50 mila miliardi, insufficienti per riparare i danni, tanto che furono stanziati altri 20 mila miliardi per completare le opere iniziate. Buona parte di questi soldi transitarono attraverso una piccola banca, la Banca popolare dell'Irpinia, che si arricchì soprattutto grazie alle «anticipazioni» (tra le cause dei ritardi perché i depositi fruttano interessi cospicui) volute dalla legge approvata nell'82, anno in cui Ciriaco De Mita, irpino di Nusco, più volte ministro, diventava segretario della Dc. Da una relazione degli ispettori della Banca d'Italia, riportata dalla relazione conclusiva della Commissione presieduta da Oscar Luigi Scalfaro, si legge che «gli impieghi» di detta banca passano da 12 miliardi nel '73 a 790 miliardi nell'88; che l'entità dei «mezzi fiduciari», costituita nel '73 da 23 miliardi, dieci anni dopo ammonta a 1.254 miliardi; che l'entità patrimoniale passa da un miliardo a 164 miliardi. I dipendenti, 66 nel '73, diventano 451 nell'88 e ricevono uno stipendio medio di 70.000.000 di lire l'anno. Per quanto lo statuto non lo consenta, «padrone» unico risulta il presidente avv. Ernesto Valentino, circondato da parenti e amici. Ma i veri protagonisti della «ricostruzione» furono i sindaci e gli amministratori locali: in provincia di Avellino sono stati in dieci anni 91 gli amministratori coinvolti in 54 dei 119 Comuni. «Si stabilirono - scrive Scalfaro - corti circuiti peculiari per cui l'amministratore-tecnico predisponeva la perizia giurata da allegare alla domanda, partecipava in quanto membro della commissione tecnica ad approvare la domanda, redigeva il progetto e partecipava alla sua approvazione, ed infine fungeva da direttore lavori o collaudatore per la sua realizzazione». In Irpinia il costo della ristrutturazione e della ricostruzione, su per giù identico, superò le 500 mila lire a metro quadro, il costo di un metro quadro finito alla periferia di Roma nello stesso periodo. Per almeno quindici anni e per effetto di leggi inique la democrazia in Irpinia è stata bloccata. Lascia perplessi che non ci sia stato l'intervento del ministro degli Interni almeno per verificare se la ovvia sudditanza del cittadino, angosciato dal problema della casa, non si fosse tramutato nella concessione del voto di scambio. O angosciato dal lavoro, visto che la farsa del piano industriale, antitetico alle vocazioni del territorio, con effetti da subito inquinanti, era stato salutato come un rimedio miracoloso alla disoccupazione. Della serie «non tutti i mali vengono per nuocere», ma qui, in Irpinia, il male produce male finché la radice maligna non sarà estirpata. Con il voto, certo, con il voto assegnato senza condizionamenti, fuori dalle gogne e dal disagio. Libero. Lo Stato fu latitante. D'altronde le organizzazioni criminali, dalla Nuova Camorra Organizzata alla Mafia siciliana, dai clan dell'entroterra napoletano alle bande locali, erano apparse subito sul luogo della catastrofe: c'erano da rastrellare i quasi 5 mila miliardi dell'emergenza, e la rimozione delle macerie fu un business, per alcuni versi, addirittura superiore a quello della ricostruzione, come i sequestri dei Tir che trasportavano aiuti umanitari o la creazione di villaggi transitori per i senza tetto. Fu tale e ubriacante l'odore dei soldi in Campania che, negli anni successivi al sisma, aumentarono vertiginosamente i morti ammazzati per regolamenti di conti fra gruppi criminali. Motivo: la spartizione di un immenso tesoro. Non ci accorgemmo di quello che stava accadendo, neanche per un attimo; anzi ci sorpresero positivamente i tanti cantieri aperti, che avevano addirittura richiamato a casa tanti operai costretti a emigrare, li vedevamo sistemare piastrelle, impiantare gli infissi, stendere lamiere contro la neve e il gelo, che da queste parti, come le castagne, non mancano mai. C'era aria di risveglio: si sviluppava un esercito di edili che avrebbe costruito nuove città, dimore più accoglienti, casomai un po' fuori dell'abitato per avere l'orto e il giardino, come succede nelle isole residenziali delle grandi città. Non ci accorgemmo che eravamo finiti fuori dal centro storico, abbandonati il campanile e l'altare, la visita alla comare, le antiche abitudini del borgo, le domeniche in piazza e le gite tra i boschi. A furia di spostarlo e di non dargli importanza perdemmo anche il centro di noi stessi. Nessun paese distrutto dal terremoto è stato ricostruito come la legge aveva disposto: l'articolo 27 legge n. 219 del 1981 dice: «La ricostruzione avviene, di massima, nell'ambito degli insediamenti esistenti... o nel territorio comunale... essa salvaguarda le preesistenti caratteristiche etnico-sociali e culturali». I paesi si svuotarono di significato, i giovani ripartirono; agli inizi degli anni '90 la stessa Commissione presieduta da Scalfaro sollecita un intervento in Finanziaria a favore degli insediamenti industriali di 3 mila miliardi di lire tale da consentire una decisiva correzione di rotta, che porti alla rottura di quei meccanismi di «deviazione amministrativa». Ma il ministro dell'Ambiente, in una lettera, puntualizza le sue pesanti perplessità: «Nove delle venti aree industriali insistono su terreni di fondovalle, in sfregio ai maggiori corsi d'acqua; garantire la presenza di impianti di trattamento e/o di recupero dei rifiuti, che appaiono attualmente inesistenti». La nota del ministro è del '91 e chiarisce che il dramma dei rifiuti tossici, aggravati dallo scarico delle macerie, non è recente. Intanto l'exploit del dopoterremoto va scemando, mentre all'orizzonte, sempre in Campania, s'affaccia un'altra urgenza, quella dei rifiuti, tema sul quale si chiude, fatale coincidenza, la relazione conclusiva dell'Irpinia Gate. Passaggio di testimone: altro giro, altri fondi, stesse tecniche, un'emergenza che non si placa da quattordici anni, da ventotto se si conta dal 23 novembre 1980, anche qui commissari straordinari, fiumi di soldi, malavitosi comprimari, ditte concessionarie che non rispettano i vincoli d'ingaggio, malessere sociale diffuso, talvolta sentito, talvolta pilotato, lo Stato è latitante, fa da garante l'asse Bassolino-De Mita, il comunista e il democristiano amico da sempre dei comunisti, che governano indisturbati tre quarti di questa Regione. D'altronde c'è chi li vota e per di più hanno la maggioranza. Con quello che hanno combinato? Finora è successo così. Bassolino non si dimette e chiama al capezzale di Napoli quel D'Alema, allevato a Mosca, ministro degli Esteri dell'Italia capitale della munnezza. De Mita lo cacciano dal Pd e lui si arrabbia: «E io non gli faccio avere neanche un voto», minaccia. Ma allora è vero che i voti sono i suoi e li gestisce come vuole, i cittadini per lui non contano, il voto nelle urne un esercizio telecomandato... Lui ha umiliato, con un'arroganza indegna di un uomo della cosa pubblica, tutti gli elettori dell'Irpinia, ne ha calpestato l'integrità morale, il libero arbitrio, l'autonomia di pensiero. Vi ha trattato come pezze da piedi. Le cose non vanno bene, lo sa anche Bassolino che stanzia 700 mila euro per un Osservatorio permanente sul suicidio. «C'è allarme - si legge nella delibera - per un fenomeno in crescita sia rispetto alla media nazionale sia rispetto a Danimarca, Francia e Germania». Sapete dov'è l'allarme? Qui, nel comprensorio di Avellino. De Mita doveva portare l'Irpinia ai vertici dell'Europa, c'è riuscito! Si vince nel più triste dei primati contro Danimarca, Francia e Germania. Una bella soddisfazione! L'Irpinia dei laghi e dei fiumi, delle infinite sorgenti, dei sempreverdi dalle mille tonalità, terra di Stazio e Seneca, che nella Valle dell'Ufita riconobbe la seconda bocca dell'Averno, di Francesco De Sanctis, letterato e ministro, di eroi del Risorgimento, culla per Sergio Leone, l'Irpinia del Taurasi e del Lacrima Christi, del Greco di Tufo, non può farsi trovare in ginocchio agli sgoccioli della seconda Repubblica: rialzati, Irpinia! C'è tanto da lavorare, ma hai tali risorse ambientali e umane che niente è perduto. E' tempo di rimettersi in cammino contro le magie dei falsi profeti: rialzati, Irpinia! Elisabetta Gardini portavoce di Forza Italia |
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Ragionpolitica, periodico on line n.258 del 1/4/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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