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La nuova Turchia di Erdoğandi Daniele Martino - 3 aprile 2008 In Turchia è iniziata una nuova fase storica; per la prima volta, lo Stato e la società turca sono protagonisti di un cambiamento che non ritiene più lo schema istituzionale di Atatürk come qualcosa di immutabile. Tutto ciò è determinato dall'opera di governo del primo ministro Recep Tayyip Erdoğan e del presidente della repubblica ed ex ministro degli Esteri Abdullah Gül. La Turchia oggi sta attraversando la sua prima vera apertura al mondo, con una crescita del Pil da tre anni superiore al 7 %, un aumento delle presenze turistiche e i primi grandi investimenti stranieri in territorio turco. Parallelamente a questo impetuoso sviluppo economico, si sta assistendo ad un cambiamento nei costumi e nei modi di vita che ha portato anche ad uno stravolgimento delle posizioni politiche. Oggi, infatti, la parte più conservatrice della Turchia è rappresentata proprio dal partito socialdemocratico Chp, che si batte per un mantenimento dello status quo nelle istituzioni e nella società. La parte più dinamica della società turca, invece, guarda all'Akp, il partito islamico moderato che il premier Erdoğan ha saputo trasformare in un soggetto politico liberalizzatore e riformista. È emblematica la questione del velo nelle università turche; per la prima volta i turchi hanno preso atto che la laicità dello Stato di Mustafà Kemal «Atatürk» si è trasformata in una posizione laicista del partito socialdemocratico. Dopo che il primo ministro Erdoğan ha controfirmato la legge che stabilisce la facoltà di indossare il velo, le élites laiche del Chp, che hanno il proprio nerbo nella magistratura e nell'esercito, hanno reagito con un'alzata di scudi a quest'iniziativa, giungendo a contestare la leggitimità dell'elezione di Abdullah Gül a presidente della Repubblica. La questione fondamentale è rappresentata dagli obiettivi futuri della Turchia; il premier Erdoğan vuole far uscire il paese dalle troppe contraddizioni che ancora oggi lo condizionano. Su tutte la fine della contrapposizione tra le città e le realtà rurali, che ancora oggi determina forti disparità nelle condizioni di vita. A questo proposito, sono serviti moltissimo gli incentivi alle attività turistiche stanziati alle località costiere del Mediterraneo, del Mar Egeo e del Mar Nero; ciò ha determinato la nascita di importanti realtà moderne al di fuori delle due principali città di Istanbul e Ankara, favorendo uno forte sviluppo economico e sociale, come testimonia il boom che stanno attraversando località «periferiche» storicamente importanti come Trebisonda e Adalia. Lo stesso fatto che Smirne, sull'Egeo, abbia concorso all'attribuzione dell'Expo 2015, eliminando città concorrenti dal calibro di Màlaga e Perth, per poi soccombere in finale a Milano, conferma i progressi economici e infrastrutturali della Turchia. Uno degli obiettivi principali di Erdoğan e Gül è l'abolizione del reato di «offesa al sentimento nazionale turco», da sempre un cavallo di battaglia dei militari. Questa modifica del codice penale è in grado di migliorare sostanzialmente le condizioni di vita della minoranza curda del Sud-Est, e si aggiunge al diritto di utilizzo pubblico della lingua curda, promulgato lo scorso anno. I cambiamenti più sostanziali tuttavia riguardano il nuovo orientamento di politica estera della Turchia; accanto all'indiscussa collocazione «atlantica» del paese (dal 1952 membro della Nato), la Turchia ha intensificato i rapporti con gli Stati Uniti, per i quali Ankara è un importante alleato nella guerra al terrorismo, soprattutto per quanto riguarda l'Iraq settentrionale, abitato a maggioranza da popolazioni di etnia curda. Contestualmente, sono ottimi i rapporti con Israele, che partono dalla comune situazione interlocutoria con la Siria; difatti l'obiettivo comune dei governi di Ankara e Gerusalemme è evitare l'espansione delle interferenze siriane nell'area, dato che il regime di Bashar Al-Assad tiene contatti molto serrati con gli estremisti curdi in Turchia, con Hezbollah in Libano e con Hamas a Gaza. La più grande novità della politica estera turca è costituita dal recupero dei rapporti diplomatici con la Grecia; si tratta di un fattore indubbiamente positivo poiché è in grado di consentire una normalizzazione dell'attuale situazione cipriota, che vede la metà settentrionale dell'isola occupata dall'esercito di Ankara. Per quanto riguarda la questione pluridecennale dell'ingresso turco nell'Unione Europea, Recep Tayyp Erdoğan ha agito con pragmatismo; prendendo atto delle profonde differenze che sussistono tra i 27 dell'Ue e la Turchia, la posizione comune con Bruxelles è evitare forzature per l'ingresso nell'Unione, puntando invece ad un sempre più crescente interscambio economico. Su questa posizione, occorre ricordare che il massimo sostenitore di questa linea d'azione è senza dubbio Silvio Berlusconi, che si è speso in prima persona nei rapporti con la Turchia, concentrandosi sulle tematiche di interesse comune come la costruzione di infrastrutture, invece che sulla linea dura «o nell'Ue o nessun rapporto». Anche se non farà parte dell'Unione Europea, la Turchia sarà sempre un ottimo alleato dell'Italia e dell'Occidente. Daniele Martino |
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Ragionpolitica, periodico on line n.258 del 1/4/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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