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E se vincesse McCain?di Erik Marangoni - 5 aprile 2008 Non occorre essere per forza repubblicani per rendersi conto che l'infinita sfida tra Hillary Clinton e Barack Obama ha raggiunto livelli di noia paragonabili al recente Festival di Sanremo. Da mesi oramai i due sfidanti democratici che dovrebbero cambiare il mondo girano l'America più di una hostess, cercando di ottenere il consenso popolare per raggiungere la tanto agognata nomination. Non siamo al Grande Fratello, né dentro uno qualsiasi dei tanti reality che la tv ultimamente ci propina. Siamo nello Stato più potente del mondo e stiamo parlando di un'elezione presidenziale che, più che in passato, sta attirando l'attenzione di un numero crescente di persone in tutti gli angoli del globo. Come noto, il candidato repubblicano e quello democratico affronteranno a novembre le elezioni presidenziali per ottenere il diritto di sedere alla Casa Bianca dopo i due mandati del presidente uscente, George W. Bush. Tuttavia, se sul versante repubblicano il candidato John McCain, arzillo settantenne reduce dal Vietnam, ha da tempo mandato al tappeto i principali sfidanti, il campo democratico non ha ancora sciolto le proprie riserve. Hillary e Barack conducono da mesi una battaglia senza esclusione di colpi in tutti gli Stati, ricorrendo anche a colpi bassi per gettare discredito sull'avversario, alla faccia di chi ancora sogna il dream team, cioè un accordo tra i due per «spartirsi» le leve del potere. A dire il vero, ad escludere una staffetta Hillary-Barack alla Casa Bianca ci ha pensato lo stesso Obama qualche giorno fa, con una arrogante dichiarazione di manifesta superiorità che fa a pugni con l'immagine da buono che il senatore nero dell'Illinois ha cercato, in questi mesi, di trasmettere all'opinione pubblica del suo paese. Giocando la carta dell'umile origine e delle difficoltà incontrate nel profondo sud razzista, Barack è riuscito a portare dalla sua parte la maggior parte dei media nazionali, mentre all'estero molti sono i suoi entusiasti estimatori che sperano di sfruttarne la popolarità per le proprie scadenze elettorali. Non è affatto scontato però che i democratici vincano le elezioni. Il Partito Democratico ha iniziato la campagna elettorale in pompa magna, certo di ottenere il favore della nazione americana dopo gli 8 anni repubblicani di Bush junior. Giocando sui presunti fallimenti del presidente uscente, Hillary e Barack Obama si sono lanciati alla conquista della Casa Bianca, proponendo però un programma che, per molti aspetti, non è altro che la continuazione di quanto fatto finora dall'odiato Bush. In tema di politica estera, per esempio, Barack Obama ha di fatto smentito la mezza aureola di pacifista che si porta appresso, non escludendo l'utilizzo della forza per disarmare il governo iraniano nella spinosa questione dell'arricchimento dell'uranio. Hillary Clinton, invece, è nota per avere appoggiato (qualcuno dice entusiasticamente) la guerra in Afghanistan e Iraq, per cui non può propriamente essere definita una pacifista. Sul piano della politica interna i due candidati hanno cercato di conquistare il favore popolare puntando sui temi più attuali come la crisi dei mutui negli Stati Uniti, la lotta al riscaldamento globale, e cosi via. Con poco successo, però, visto che per «alzare» lo share hanno dovuto fare ricorso a tutte le armi a disposizione per gettare discredito sull'avversario. Lo staff della Clinton ha fatto pubblicare foto di Barack in abiti della tradizione islamica, giocando sulla paura degli americani per tutto ciò che riguarda l'Islam, mentre Barack in più di un'occasione ha utilizzato toni non proprio da gentiluomo nei confronti di Hillary, in una competizione elettorale che sta assomigliando sempre di più ad una sfida tra gladiatori, con morti, feriti e parecchio sangue, da entrambe le parti. Sarà forse per questo che un numero crescente di elettori si sta interessando a John McCain come candidato alla Casa Bianca. Repubblicano ma abbastanza liberal su tematiche quali l'aborto, McCain ha cercato comunque di differenziarsi dal presidente Bush, mostrando per esempio in politica estera una maggiore consapevolezza delle preoccupazioni europee di mantenere buoni rapporti con la Russia. Ma soprattutto, a differenza dei suoi avversari, il candidato repubblicano non passa metà del suo tempo a criticare la controparte democratica, preferendo concentrarsi sull'enunciazione di un programma semplice ma efficace, sia in politica estera che in politica interna. L'indice di gradimento per McCain sta rapidamente recuperando il gap con i democratici. Chissà che la tanto agognata vittoria del partito democratico alla Casa Bianca non sia rimandata per l'ennesima volta.
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Ragionpolitica, periodico on line n.258 del 1/4/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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