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6 marzo 2008
 
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Kenya. Un matrimonio tra iene e sciacalli

di Anna Bono - 5 aprile 2008

Tutto sembra tornare alla normalità in Kenya dopo la crisi politica e sociale che per due mesi, in seguito alle elezioni generali del 27 dicembre, ha travolto il paese. Mwai Kibaki, il presidente riconfermato malgrado i brogli evidenti che hanno alterato i risultati elettorali, e Raila Odinga, il capo dell'opposizione ora investito della carica di primo ministro creata apposta per lui, si sono rassegnati a formare una «grande coalizione», vale a dire a spartirsi il potere e i benefici che ne derivano, dando vita a un esecutivo composto da 40 ministri, 20 per il partito di governo, il Partito di unità nazionale, e 20 per l'ex partito all'opposizione, il Movimento democratico arancio. Com'era prevedibile, ci sono volute però diverse settimane perché i due leader risolvessero il problema dell'attribuzione dei ministeri più importanti come, ad esempio, quello delle Finanze e quello delle Autorità locali che entrambi avrebbero voluto controllare. Nel frattempo la tensione era salita di nuovo e, con essa, la paura tra la popolazione di un ritorno alla violenza. Finalmente, anche grazie ad un ulteriore intervento di mediazione da parte di Kofi Annan in rappresentanza dell'Unione Africana, un accordo pare sia stato raggiunto e la composizione del governo dovrebbe essere annunciata entro il fine settimana.

Tuttavia, a bassa voce, molti kenyani definiscono il nuovo assetto politico un «matrimonio tra iene e sciacalli» e i più pessimisti prevedono che questo «matrimonio forzato» non durerà più di sei mesi, dopo di che «iene» e «sciacalli» incominceranno ad azzannarsi di nuovo. Pochi si illudono inoltre sulle reali intenzioni di Odinga, il quale, come tutti sanno, ha presentato un conto davvero salato per rinunciare a rivendicare la vittoria elettorale: oltre alla propria carica e ai 20 ministri, ha chiesto infatti per il proprio schieramento altrettanti direttori generali, un vice premier, 36 sottosegretari, 22 ambasciatori, 5 prefetti, 94 commissari distrettuali, 5 capi parastatali, 1.000 posti nelle amministrazioni locali e nei livelli medi della burocrazia.

La prima prova dell'esecutivo, che in realtà continuerà a essere presieduto da Kibaki malgrado la premiership affidata a Odinga, sarà riuscire a rendere possibile il ritorno a casa delle decine di migliaia di sfollati che tuttora vivono in campi di raccolta e che non si fidano a lasciarli, temendo vendette e ritorsioni, oppure non sono in grado di farlo perché hanno perduto case e beni, andati distrutti durante i disordini post elettorali. Le conseguenze di questo stato di cose sono innumerevoli e naturalmente tutte negative. Per fare un esempio, ai primi di marzo una semplice operazione di sostituzione di alcuni pali in legno dell'alta tensione nella città di Eldoret ha provocato un lungo black out per circa 300.000 abitanti della zona. Il motivo è che si è dovuto affidare il lavoro a personale non qualificato perché ancora non sono tornati in città i tecnici di etnia Kikuyu scacciati a gennaio dai Kalenjin alleati di Odinga.

«Normalità», poi, in Kenya non significa ordine e pace. Non passa giorno senza che si abbia notizia di case, scuole, negozi dati alle fiamme, di raccolti e bestiame rubati, di famiglie in fuga sotto la minaccia di vicini ostili. È la conflittualità endemica che continua: Pokot contro Turkana e Samburu, Kisii contro Kipsigis, Kalenjin, Luo e Luya contro Kikuyu e via dicendo. Nella regione occidentale del Monte Elgon si è accentuata quella tra i Sabaot e altre etnie che combattono ormai da quasi due anni per questioni di terre contese che risalgono all'epoca della lunga presidenza di Daniel arap Moi, il leader del Kanu sconfitto nel 2002 da Mwai Kibaki. Il conflitto ha già causato almeno 700 morti e 160.000 sfollati e profughi. A marzo un ultimo massacro e la distruzione dell'acquedotto distrettuale da parte delle milizie Sabaot che pretendono di difendere i loro diritti contro le «etnie straniere» ha indotto il governo a inviare per l'ennesima volta l'esercito che ora, malgrado le proteste inoltrate alle autorità locali e nazionali, contribuisce al danno infierendo con torture, violenze e abusi sui residenti inermi.

! Anna Bono
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