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L'Akp sotto inchiesta per attività antilaichedi Alexandra Javarone - 5 aprile 2008 La Corte Costituzionale turca ha accolto con parere favorevole la richiesta di ricorso, intentata il 14 marzo scorso dal procuratore della Corte di Cassazione, Abdurrahman Yalcinkaya, contro il partito al governo Akp (Giustizia e sviluppo). L'istanza contro l'Akp, avanzata dalla Procura generale turca, che punta il dito contro il premier Recep Tayyp Erdoagan ed il suo gruppo di potere, trae legale fondamento dall'evidente richiamo alla Costituzione laica del 1982 (cui primario intento è appunto la garanzia del secolarismo di Stato). L'accusa, che mira ad interdire l'accesso alla politica al partito filo-islamico (71 esponenti Akp fra cui Erdogan e Gul), fa, di fatto, chiara menzione «ad attività contrarie alla natura laica della Turchia». L'origine della vertenza può essere rinvenuta nell'ultima diatriba concernente l'annosa questione del velo islamico. Il mese scorso in Turchia, il Parlamento, a fronte della promesse propagandistiche con cui aveva ornato la campagna elettorale, ha approvato la «riforma sul turbante che vorrebbe ammettere alle studentesse di indossare liberamente il velo nelle università». Immediata era giunta la reazione di protesta di rettori e dotti giureconsulti che, pur coscienti del favore ottenuto in assemblea dalla riforma dell'Akp (votata a maggioranza dal Akp, dai Nazionalisti del Mhp e da una parte dei deputati del Dtp, il partito dei curdi) si sono dichiarati manifestatamene contrari alla modifica «liberal-islamica». Questione, nella sostanza, oramai colma di una grave valenza politica, aggravata ancor più dalle ultime polemiche susseguitesi fra i due distinti schieramenti. Migliaia gli individui riversatisi in piazza, intimoriti di fronte «alla chiara profanazione del sistema più liberale del disegno laico voluto da Kemal». L'Akp è colpevole, allora, d'aver segnato il primo duro colpo avverso l'irrinunciabile e finora indiscusso secolarismo turco, «mettendo a repentaglio la stessa esistenza della repubblica». Ebbene, il partito di Erdogan, che durante la ultima campagna elettorale aveva imbastito l'intera trama della propria linea politica sul «necessario riformismo», ha disatteso le speranze dei suoi disillusi sostenitori (in gran parte anche laici). Lasciando chiusi nel cassetto i progetti di riforma, abbandonando all'oblio l'anelato progetto «di una Costituzione democratico-pluralistica», l'abrogazione del discusso articolo 301 del Codice Penale o, ancora, eludendo d'affrontare questioni quali la dilagante disoccupazione o la scolarizzazione femminile, è stata prediletta, al contrario, la «detestabile» e meramente ideologica riforma sul velo. Insomma, quell'iniziale slancio di fiducia verso il partito «riformatore» ed i suoi slogan democratici, lascia infine largo spazio al dubbio, che quasi pervade le coscienze della Turchia più evoluta, esitante di fronte alla latente divaricazione interna tra secolarismo autoritario ed Islam in-democratico. Alla Corte Costituzionale spetta ora entrare nel merito della vertenza, mentre al partito di governo sarà concesso un mese per presentare la propria istanza difensiva. L'accusa, contenuta in un documento di oltre 160 pagine, rischia di assestare un duro colpo al fragile disequilibrio turco, innescando pure una sorta d'involuzione economica, capace di rallentare il discusso processo di adesione europea. Secondo i commentatori lo scontro politico, interpretato dalla magistratura (organo facente capo all'establishment kemalista) e Akp, altro non sarebbe se non iniziale stadio di un più vasto e complesso «percorso d'instabile trasformazione», cui sarebbe condannata la Turchia, ove la lotta fra diverse fazioni di potere si fonde e si confonde, immersa nelle contraddizioni autoritarie o nell'oscurantismo dispotico-religioso. I prossimi mesi si annunciano densi di tensione: il timore che l'Akp voglia tentare una revisione islamica della costituzione pervade gli animi della popolazione laica. I militari, che solo un anno fa avevano ventilato l'ipotesi di un colpo di stato, assistono senza proferire parola, quasi avessero decretato l'armistizio, dovuto, secondo alcuni illustri commentatori, al così detto caso «della gladio Turca» che avrebbe portato all'arresto di oltre 40 individui, coinvolti a diverso titolo con «gravi ed oscuri episodi di violenza». Stando alla legge, saranno necessari sette voti su undici perchè la Corte possa dichiarare incostituzionale il partito dell'Akp. Dunque, considerando la vicinanza politica del Presidente della Corte Costituzionale ad Erdogan, è possibile che l'intera faccenda si concluda con un nulla di fatto, restando un semplice atto simbolico di protesta, che l'Akp potrebbe pure sfruttare a proprio favore, uscendo, sostanzialmente, indenne dalla vicenda: «quasi alla stregua di un perseguitato». L'Europa, dal canto suo, dovrebbe allora domandarsi quanto il Paese della mezza luna sia davvero moderato o quanto, invece, l'impulso di modernizzazione democratica non sia stato seppellito da decenni d'autoritarismo militare o da una rifondata e, forse sempre latente, chiusura religiosa fondamentale. Alexandra Javarone |
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Ragionpolitica, periodico on line n.258 del 1/4/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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