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Il summit di Soci tra Russia e Stati Unitidi Giovanni Vagnone - 8 aprile 2008 I due storici blocchi della Guerra Fredda stanno in queste ore tirando le somme e facendo un bilancio dell'ultimo summit bilaterale, tenutosi a Soci sul Mar Nero subito dopo il cinquantanovesimo vertice dell'Alleanza Atlantica, ospitato a Bucarest. In quello che dai mass media è stato ribattezzato come l'incontro dei due presidenti uscenti, quasi fosse stato una sorta di addio (Vladimir Putin lascerà la carica di presidente il 7 maggio al già eletto Dmitri Medvedev, George W. Bush nel gennaio 2009), si è parlato di scudo spaziale e di rapporti tra la Nato e i paesi dell'ex patto di Varsavia. Ma soprattutto della posizione della Russia. Il risultato investe tre ordini di fattori. Il primo è ovviamente «lo scudo spaziale», termine roboante che dai tempi di Reagan in poi ha assunto sempre le sfumature quasi fantascientifiche della guerra del futuro; si tratta della difesa definitiva, che piace a Washington ma che a Mosca non è mai andata giù. Ed infatti, anche in questo incontro diretto con cena informale privata e colloqui ufficiali, non si è giunti ad alcun accordo. Stesso si dica della questione «ampliamento ad Est della Nato», mossa strategica che di fianco all'allargamento dell'Unione Europea, sarebbe un modo diplomatico per garantire maggiore stabilità nel processo di democraticizzazione dei paesi del vecchio blocco Urss. Il braccio di ferro non si è comunque dimostrato inutile, secondo quanto dichiarato da entrambi i leader: il presidente americano ha infatti rilasciato l'importante dichiarazione relativa al ruolo della Russia come «partner alla pari» nello sviluppo dello scudo spaziale, cambiamento di atteggiamento visto dal presidente russo in maniera molto positiva, in quanto per la prima volta gli Usa avrebbero «sentito le preoccupazioni russe». E in questo si intravede il secondo livello di interpretazione del summit: inutile per convincere la Russia del fatto che lo scudo spaziale è un sistema antimissilistico difensivo e non offensivo, e quindi non «contro» la Russia, ma utile per rinsaldare ancora una volta rapporti che spesso ondeggiano. In questi quasi otto anni in cui Bush e Putin hanno gestito gli equilibri del mondo, anche le relazioni tra la Russia e gli Stati Uniti sono mutate, tanto più nell'ultimo periodo. Alla fine della guerra fredda, Mosca era ridotta al lastrico ed era la dimostrazione concreta del fallimento dell'economia pianificata nella concorrenza con il libero mercato ed il capitalismo; oggi invece i ruoli sono invertiti, e laddove gli Stati Uniti con la crisi subprime ed il rischio recessione stanno dimostrando che il capitalismo autoritario (modello cinese) nel mercato globale sa essere più competitivo del capitalismo democratico, la Russia sta crescendo a suon di risorse naturali ed imperialismo economico. In questo contesto il summit di Soci si riverbera anche sul prossimo futuro e investe problemi che vanno al di là della Russia: non per niente gli Usa e l'Europa la tengono buona e l'assecondano anche nella sua richiesta di entrare nell'Organizzazione per il Commercio Mondiale. Questo è il terzo fattore del vertice di Soci; le fantomatiche «sfide globali» che giustificano lo scudo spaziale, tra toni pacati e cordiali e tranquillità ostentata, fanno paura ad entrambi i grandi blocchi. Così le dichiarazioni di stima reciproca fanno da premessa anche alle future intenzioni di Dmitri Medvedev, che incontrando Bush nella «dacia» estiva del Cremlino, ha assicurato al presidente americano di desiderare «relazioni costruttive» con gli Usa in continuità ai buoni rapporti del suo predecessore. Il problema di una Russia che sta tornando ad essere superpotenza e che può scegliere comprensibilmente tra un sistema democratico maturo o un capitalismo irregimentato come la Cina, con le armi del gas e dell'imperialismo sugli stati di confine e non solo, resta tangibile e resta una preoccupazione anche per gli Stati Uniti, attualmente indeboliti dal punto di vista economico e finanziario. Come sempre l'Europa non ha posizioni univoche e forti dal punto di vista della diplomazia e della politica estera, affidandosi piuttosto a liberi pensatori e attori come il Sarkozy dalle espressioni limpide ed esplicite su Cina e diritti umani. Fortunatamente, almeno in questo frangente, il terrorismo islamico è anch'esso un po' in crisi. Resta da vedere quanto tempo ci rimane prima che rialzi la testa e torni a complicare la scena globale.
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Ragionpolitica, periodico on line n.259 del 8/4/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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