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numero 280
6 marzo 2008
 
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Ci risiamo?

di Raffaele Iannuzzi - 8 aprile 2008

Il grave problema dei brogli elettorali del 2006 ha aperto una ferita nelle istituzioni, non soltanto nella politica e nella società. Sia perché, a distanza di due anni, che cosa sia accaduto è ancora avvolto nel mistero (non c'è stato alcun riconteggio, che in altri paesi sarebbe stato considerato il primo strumento di appeasement e di affermazione della verità numerica e politica del voto), sia perché le istituzioni, anziché favorire un'operazione-verità sui presunti brogli (presunti per la sinistra, reali per noi: alla prova dei fatti, realissimi), hanno fatto di tutto per abbassare il livello di guardia, quasi non vi fosse in gioco la legittimità del sistema democratico, a partire dal primo strumento di scelta del popolo sovrano: il voto. Uno scandalo vero e proprio, che non ha cessato di attraversare, come tutto ciò che permane sullo sfondo senza essere risolto, la legislatura precedente.

E oggi? Bene, oggi, dopo questo clamoroso precedente, il ministro dell'Interno, Giuliano Amato, non sente affatto il dovere di lanciare al popolo ed ai soggetti politici in competizione un messaggio di trasparenza, ma, al contrario, fa stampare schede al limite del surreale, con i simboli attaccati l'uno all'altro, in modo che uno debba fare esercizio di grafica perfetta per segnare, in modo «prevalente» - come ricorre nel gergo tecnico - il simbolo prescelto, altrimenti il voto sarà certamente nullo. E', questo, un gesto istituzionalmente corretto? In un momento come questo, in cui il paese, già stanco e sfiduciato, si appresta a decidere la composizione del parlamento? E poi, proprio i fautori della correttezza istituzionale, coloro che si stracciano le vesti ad ogni sillaba pronunciata da Bossi e derubricano l'intero centrodestra nella barbarie istituzionale, ebbene proprio questi signori oggi forniscono più di un motivo per la produzione di un probabile vulnus istituzionale? Non è casuale che Giuliano Amato, in punta di formalismo giuridico e di proceduralismo formalistico, abbia risposto ai critici del suo pasticcio invocando, da un lato, l'impossibilità di cambiare perché i militari e i diplomatici hanno già votato e dunque «non ci sarebbe più il tempo di riorganizzare il loro voto con nuovo schede» - con ciò si invaliderebbe il voto; dall'altro, il ministro si è sentito in dovere - bontà sua - di entrare nella materia più direttamente politica, comparando il rischio odierno di apporre il segno sul simbolo giusto con quello di ieri, più accentuato in quanto ci trovavamo in presenza di più coalizioni, non due come quelle dell'attuale competizione elettorale.

Amato evidentemente vuol giocare con materie che non dovrebbero essere oggetto di ludibrio. E' possibile che sfugga così clamorosamente al ministro la sua posizione in materia di recupero del simbolo di Pizza, quando egli voleva assai disinvoltamente prorogare addirittura le elezioni? Ma di che stiamo parlando? Non solo. Amato oggi finge di non sapere che il pericolo per il corretto voto sussiste allorquando soprattutto le persone anziane vanno a contrassegnare il simbolo prescelto trovandolo praticamente schiacciato su quello adiacente: che cosa devono fare per votare, mettersi a fare le prove a casa? Che un ministro della Repubblica, che ha sempre fatto del rispetto delle istituzioni il suo cavallo di battaglia, non comprenda cose di questo tenore è addirittura assurdo.

Osserva Amato su La Repubblica: «Se invece si teme che l'elettore abbia difficoltà a scorgere, fra tanti simboli, quelli delle due coalizioni, allora si teme una cosa a cui nessuna organizzazione diversa della scheda potrebbe porre rimedio, a parità di numero dei simboli». Tradotto in italiano: «Cari elettori, fatti vostri. Io faccio le schede, le faccio stampare come voglio, ci faccio votare un pezzo di elettorato, dopodichè qualsiasi critica la rimando al mittente». Veltroni cincischia su Obama e, in romanesco, sussurra «se pò fa'»; Amato riecheggia, al contrario: «Nun se pò fa'». E questo è quanto. La pseudo-risposta alle critiche di Amato su La Repubblica è un capolavoro di leninismo para-istituzionale e, se vi saranno polemiche aspre dopo le elezioni, a urne chiuse, sarà anche colpa del ministro dell'Interno. Che si trincera dietro il formalismo procedurale e tecnico, introducendo questioni prettamente politiche (il numero delle coalizioni), passando, con ciò, la patata bollente ai due maggiori partiti in competizione, il Pdl e il Pd, con Di Pietro che già oggi rumoreggia ed accusa forti mal di pancia, per ragioni analoghe alle nostre. Veltroni tace e sostiene il «custode delle istituzioni», Amato. Il ministro che, non essendo primo ministro, sarà pur tuttavia il primo ad essere richiamato alla memoria nel primo pomeriggio del 15 aprile.

! Raffaele Iannuzzi
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