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Ma dove sono i pacifisti?

di Stefano Doroni - 12 aprile 2008

È un bel po' di tempo che va avanti il dramma delle popolazioni tibetane, oppresse dal governo comunista cinese perché rivendicano a gran voce - e pacificamente - il loro diritto all'autonomia. Quello tibetano è un popolo fiero e nobile, che l'imperialismo comunista vuole tenere schiacciato sotto il peso del suo autoritarismo. E' curioso parlare di imperialismo applicando il termine ad un regime comunista, dato che il pensiero politicamente corretto impostoci da decenni di egemonia marxista sulla cultura italiana prevede che la categoria della violenza imperiale vada utilizzata solo per marchiare a fuoco l'odiata America. Ma la realtà è questa, con buona pace di chi manipola la storia per mestiere: l'arroganza imperialista è tipica dei regimi totalitari, e quello cinese è ancora un esempio di totalitarismo, anche se ormai «contaminato» dal germe capitalista giusto per scongiurare un inevitabile ed ignominioso crollo, come accadde all'Unione Sovietica. La facciata appare un po' diversa ma i metodi dell'intolleranza e del terrore sono sempre quelli, in piena sintonia con il clima della famigerata rivoluzione culturale.

Violenza, terrore, deportazioni e omicidi: tutte abitudini storiche del comunismo. In séguito a queste tristi vicende perfino molti leaders politici si sono espressi per un boicottaggio almeno parziale delle prossime Olimpiadi di Pechino (non presenziare alla cerimonia di apertura, per esempio); la gente, lungo le strade percorse dalla fiaccola olimpica che sta facendo il giro del mondo, manifesta contro la repressione cinese. È gente comune, è gente mossa dallo sdegno, dalla rabbia per intollerabili soprusi. Il Dalai Lama stesso non chiede l'indipendenza per il Tibet ma soltanto una forma di autonomia, che dovrebbe prevedere la libertà religiosa: diritti sacrosanti di ogni popolo sulla faccia della Terra. Ma il regime comunista cinese, come prevede il copione ideologico, reprime nel sangue e nella paura l'anelito alla libertà delle anime: non c'era da aspettarsi di meno, secondo questa terribile coerenza.

In tutta questa vicenda spicca un'assenza imbarazzante; e gli unici a non sembrare imbarazzati sono proprio gli assenti. Ma dove sono i pacifisti? Quelli che con le loro ipocrite bandiere arcobaleno fingevano di stare con i deboli, con gli oppressi, con gli invasi, con le vittime, quando si trattava della guerra in Iraq? Sembrano spariti nel nulla: nessuna bandierina iridata, nessuna parolina buona, nessun atteggiamento sdegnato verso gli oppressori di adesso. La spiegazione è semplice: perché i carnefici di ora non sono gli Americani, da dipingere sempre come il diavolo in persona; i carnefici sono i compagni cinesi, e non si può sparare contro casa propria. I monaci morti non valgono forse quanto i bambini iracheni colpiti dalle bombe? Non valgono forse quanto i morti americani sotto le Twin Towers? O quanto quelli che morirono nei vagoni delle stazioni di Madrid o della metropolitana di Londra? No, per i pacifinti no. Per loro ci sono morti di serie A e di serie B; e quelli di serie B sono quelli politicamente scomodi, quelli che non si possono sfruttare in chiave antiamericana. Perciò chi se ne frega dei monaci uccisi o gettati in carcere? Meglio il silenzio, quando non si può gridare «Yankee go home!».

Ipocrisia? Sì, e della peggiore specie. In occasioni come queste esce fuori la vera sostanza bugiarda del pacifismo ideologico. Gli italiani saranno così grulli da prestargli ancora credito? Qualcuno forse sì: ma la verità parla con l'evidenza dei fatti storici, e questa colpevole assenza del movimento pacifondaio è un fatto storico. Quelli che dovrebbero dar voce ai diritti degli oppressi latitano colpevolmente: i fatti parlano da soli.

! Stefano Doroni
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