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numero 280
6 marzo 2008
 
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L'obiettivo economico per risollevare l'Italia

di Fabrizio Goria - 12 aprile 2008

Ancora poche ore e ci sarà il voto per le elezioni politiche 2008. Viene normale riflettere su cosa accadrà dopo. Dalle pagine di «Ragionpolitica», in questi mesi, si è cercato di analizzare in modo chiaro ed anche critico la situazione economica del periodo. Il risultato è stato una serie di articoli che delineavano una congiuntura particolare per il nostro paese, diviso fra imposte tributarie a livelli esosi ed un mercato che non si è mai mostrato libero nella sua interezza. Nei mesi scorsi, inoltre, è venuta ad aggiungersi la crisi del settore immobiliare americano, i celeberrimi subprime, che tanto hanno destabilizzato i mercati finanziari internazionali. In Italia, però, vi sono alcune lacune strutturali che attualmente ci impediscono di mostrare tutto il nostro potenziale sullo scacchiere mondiale. Parlo dell'annosa questione delle infrastrutture, delle «grandi opere» iniziate e poi smantellate o bloccate, della questione energetica, della burocrazia che rallenta la vivibilità della nazione, dell'imprenditorialità vista solamente come «sporco capitalismo» e non come creatrice di valore ed occupazione. Questi sono i veri problemi che hanno portato il nostro paese ai limiti della sopravvivenza internazionale, divisa fra un debito pubblico oltre il 105% del Pil ed un deficit ormai prossimo al 3% del prodotto interno lordo. Senza contare l'incidenza dei tributi nelle tasche dei cittadini, davvero allo strenuo delle forze, con quasi la metà dei loro redditi che finisce nelle mani dello Stato, senza che in cambio venga restituito un sistema capace di alimentare la crescita economica. In questi due anni si è voluta dare la fiducia a Romano Prodi, tacciando Silvio Berlusconi delle peggio cose. I fatti hanno dimostrato che si è riusciti ad ottenere una situazione peggiore della precedente, derivata dall'attentato alle Torri Gemelle dell'11 settembre 2001.

In Italia, anche se nessuna delle istituzioni ha il coraggio di affermarlo, siamo nel pieno della stagflazione. La crescita prevista per quest'anno è ormai vicina allo zero, mentre l'inflazione è ben superiore alle attese ed alla media europea. Tutto ciò senza contare l'influenza della crisi delle cartolarizzazioni selvagge provenienti dagli Usa. Ancora, questa particolare fase del ciclo congiunturale, per quanto riguarda il nostro paese, è amplificata da altri due fattori: l'incertezza politica e la situazione di stallo dei salari. Si pensi soltanto alla crescita che questi ultimi hanno subiìo in Grecia negli ultimi anni, un secco +34,5% dal 2004 al 2006. In Italia, invece, vi è stato un laconico aumento del 4,1% per lo stesso intervallo di tempo, troppo poco per far fronte in modo deciso a ciò che sta avvenendo sul mercato interno. L'obbligo dovrebbe essere quello di ridare credito ad un settore, quello delle famiglie, che è stato colpito in modo spropositato dai default mondiali. Ma non solo, anche le imprese devono essere messe nelle condizioni di creare valore, di competere armi alla pari con il resto del mondo. Il risultato primo sarebbe anche un aumento dei salari, a tutto vantaggio dei consumi e delle famiglie.

E sul fronte politico, non va meglio. Le elezioni sono arrivate in un momento complicato per l'economia internazionale ed era prevedibile un effetto devastante sul mercato interno. Non si sta riuscendo a porre un freno all'aumento dei tassi inflazionari e non stiamo nemmeno alimentando la crescita economica delle imprese, sempre più stritolate da un fisco che ha raggiunto livelli inauditi di pressione. Ma osservando i settori in cui i prezzi al consumo sono aumentati maggiormente negli ultimi mesi, emerge che tutto ciò che vediamo ogni giorno è realtà. Basta entrare in un supermercato di quartiere per osservare i «nuovi poveri», la vecchia classe media che si sta assottigliando sempre più. Si comprende facilmente come la gente comune sia stanca di sentire sempre le stesse parole dalla classe politica e che abbia bisogno di riavere la fiducia che ha perso. Fiducia nei consumi, ma non solo. Fiducia negli investimenti, in un vantaggio competitivo ritrovato e finalmente adatto alla nazione che siamo. Il riassesto dei mercati dopo il crack del settore immobiliare statunitense non sarà veloce, ma occuperà anche parte del 2009. La necessità, di fronte a dati come quelli del Fondo Monetario Internazionale o dell'Ocse, è di non fare come gli struzzi, solo perché si è in campagna elettorale.

Il pragmatismo di Silvio Berlusconi va nella giusta direzione, come ricordato negli efficaci discorsi tenuti finora, di fronte a molta gente comune, la stessa che fa fatica ad arrivare alla terza settimana del mese. Il Popolo della Libertà, tralasciando il populismo ed i sogni decantati dal candidato premier del Pd, sta prendendo atto della situazione economica in cui ci troviamo. Ma ancora non basta, ci vorranno i fatti. La fiducia non basta a riassestare un paese allo sbando. Il voto del 13 e 14 aprile è molto più significativo di tante altre volte passate. Quello che è in gioco è il futuro prossimo del nostro paese, in un tempo in cui le svalutazioni della lira per fronteggiare il rallentamento della crescita economica non sono più possibili. Il gioco che stiamo facendo non è a somma zero e non dobbiamo sbagliarci, a patto che la fiducia dell'urna venga rispettata, ora che le ombre sono passate e si può correre da soli. L'Italia, in soli 20 mesi, complice la crisi subprime, è tornata ad essere un paese minore, in cui non ci può essere un futuro dignitoso per i suoi cittadini. L'imperativo è quello di ritrovare lo slancio e continuare il lavoro intrapreso nel 2001 e bruscamente bloccato nel 2006 da aree massimaliste ed oltranziste che fanno a capo ad una pagina triste e sanguinaria della storia mondiale. L'obiettivo è possibile e i benefici sarebbero a favore di tutti, per un rilancio che è doveroso, se ancora i cittadini italiani possiedono un minimo di dignità.

Fabrizio Goria

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