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numero 280
6 marzo 2008
 
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I pericoli dal mondo islamico

di Stefano Magni - 12 aprile 2008

Nei libri di testo iraniani, che «Freedom House» ha analizzato questa settimana, si può vedere come quel regime stia indottrinando la gioventù locale alla discriminazione (sia delle donne che delle minoranze) e all'odio contro l'Occidente. I giovani iraniani imparano che l'Europa e gli Stati Uniti sono ancora delle potenze coloniali, la cui penetrazione nel mondo musulmano deve essere fermata. Israele è bollato direttamente come «nemico», un corpo estraneo nel Medio Oriente e si insegna che il suo destino è segnato. E alle parole della propaganda iraniana seguono sempre i fatti. Contro Israele, l'Iran ha finanziato e armato Hamas, che ora è in grado di schierare una forza paramilitare di circa 20.000 uomini. Sempre contro Israele, l'Iran, in collaborazione con la Siria, ha riarmato gli Hezbollah, che ora dispongono di 30.000 nuovi razzi, tra cui anche ordigni in grado di colpire tutto il territorio israeliano. Contro le forze anglo-americane schierate in Iraq, l'Iran è alle spalle dei Gruppi Speciali che hanno alimentato la guerriglia sciita a Bassora e a Baghdad, usando armi iraniane.

L'ideologia anti-occidentale è fortissima anche negli altri paesi musulmani più «moderati». Il sondaggio della «Bbc» sulle percezioni dei pericoli nel mondo, rivela che la maggioranza assoluta degli egiziani (cittadini di un paese che teoricamente è partner della Nato), dei turchi (e la Turchia è un membro storico della Nato) e dei libanesi (vittime dell'integralismo islamico degli Hezbollah) identifica negli Stati Uniti, oltre che in Israele, i Paesi più pericolosi del mondo. Che l'ideologia dei regimi musulmani sia profondamente anti-occidentale è evidente anche dalla reazione contro la ripubblicazione delle vignette su Maometto nei giornali danesi e l'uscita (neppure nelle sale cinematografiche: solo in Internet) del film sull'Islam girato da Geert Wilders. In entrambi i casi, vi sono state delle proteste pilotate dai regimi arabi e islamici, delle proteste diplomatiche e delle minacce di ritorsione militare contro l'Europa, come nel caso dell'Iran. E' chiaro che non ci troviamo di fronte a una reazione spontanea popolare, ma ad un'azione politica di regimi antagonisti all'Occidente.

Siamo abituati a pensare che si tratti di paesi deboli, non in grado di sfidarci militarmente, se non con l'arma del terrorismo e dell'ideologizzazione delle masse di immigrati musulmani in Europa. A parte che entrambi questi pericoli sono molti forti e sarebbe da incoscienti sottovalutarli: l'11 settembre ci ha mostrato quanto possa essere pericolosa l'arma del terrorismo e quanto possa essere incontrollabile l'infiltrazione di jihadisti fra i cittadini immigrati. Ma anche su un piano militare più tradizionale, i regimi islamici sono sempre meno da sottovalutare. Ahmadinejad ha annunciato apertamente l'8 aprile scorso l'installazione di 6.000 nuove centrifughe per l'arricchimento dell'uranio a Natanz e la costruzione di un nuovo impianto nucleare ad Ardakan. Una volta completato il programma nucleare, non vi sarà alcun modo di controllarlo: Teheran potrebbe utilizzarlo sia per produrre energia elettrica, sia per costruirsi l'arma atomica. Sempre l'Iran sta completando nuovi missili con una gittata stimata a 6.000 km, capace di colpire tutte le capitali europee. In questo caso avremmo a che fare con una potenza atomica in grado di ricattarci con il suo deterrente. Anche l'Egitto aspira al nucleare, per ora (ovviamente) solo a scopi energetici. Sono già stati presi accordi tra Il Cairo e Mosca per il suo sviluppo: può essere un primo passo verso la nascita di una nuova potenza nucleare araba-islamica, la cui popolazione è fortemente islamizzata e anti-occidentale, le cui istituzioni sono pesantemente infiltrate dalla Fratellanza Musulmana, il più importante gruppo radicale del mondo sunnita.

Di fronte a queste sfide, l'Unione Europea (e in testa il governo di centro-sinistra italiano che oggi termina il suo mandato) ha risposto alla sua solita vecchia maniera: con l'appeasement. L'unica risposta concreta alla minaccia iraniana è l'approvazione, in ambito Nato, del programma per la costituzione di uno scudo anti-missile, indispensabile se vogliamo difenderci dalle future armi di Teheran. In questo caso l'iniziativa è partita dagli Stati Uniti, non dagli alleati europei, e dal governo polacco (che dovrebbe ospitare i radar del nuovo sistema) non è ancora giunta una risposta chiara. Per il resto, l'Europa continua a voler escludere l'opzione militare contro il programma nucleare degli ayatollah e a riproporre l'arma spuntata delle sanzioni economiche contro l'Iran. Che finora non hanno sortito alcun effetto ed è difficile che possano produrre qualcosa anche in futuro. Di fronte alla manipolazione ideologica dell'opinione pubblica delle masse arabe e islamiche, usata dai loro regimi per scatenarle contro l'Occidente, i governi europei (e in testa quello olandese, in questo caso) non fanno altro che avallare la loro censura. Il cortometraggio del parlamentare Geert Wilders sui passi violenti del Corano, è stato censurato senza discussioni dal governo olandese. Il Parlamento Europeo ha respinto la richiesta di finanziare la protezione dell'ex parlamentare olandese Ayaan Hirsi Ali, fuggita dalla Somalia e perseguitata dai radicali islamici solo perché ha abbandonato la sua religione (per diventare atea) e ne contesta i principi.

Il giornalista Magdi Allam, convertitosi al Cristianesimo nella notte di Pasqua, ha ricevuto le condanne islamiste (pubblicate su molti giornali del mondo islamico), ma anche le critiche feroci dell'intellighenzia europea, come ha avuto modo egli stesso di scrivere nel suo editoriale sul «Corriere della Sera» «La mia conversione e il rapporto con l'Islam» (pubblicato il 29 marzo scorso). In questo modo l'Europa, con la sua cultura relativista, dimostra di non essere sensibile alla difesa della libertà di culto. Sia la magistratura britannica che quella olandese, poi, hanno mostrato anche una notevole insensibilità nei confronti degli esuli iraniani, non riconoscendo l'asilo politico a gay fuggiti da un Iran dove sarebbero stati condannati a morte sicura. Questo è avvenuto sia nel caso di Seyed Mehdi Kazemi (il cui destino è tuttora in discussione perché la sua estradizione è stata semplicemente rinviata), sia in quello precedente della giovane Pegah Emambakhsh, che sarebbe stata rispedita subito in patria non fosse stato per una massiccia mobilitazione di numerose associazioni per i diritti umani.

Il paradosso più evidente della politica europea nei confronti dell'Islamismo riguarda però un Paese che nell'Europa vuole entrare: la Turchia. Il partito islamico al governo, l'Akp, è moderato e non può essere paragonato a un movimento radicale islamico, ma è pur sempre portatore di una cultura che sta allontanando la Turchia dall'Occidente. E' grazie all'emergente intellighenzia islamica che le nuove generazioni turche sono sempre più ostili alle minoranze cristiane, agli Stati Uniti e a Israele. Dal mese scorso l'Akp è nel mirino della Corte Costituzionale turca, per lesa laicità dello Stato. Perché è con il governo dell'Akp che è tornato il velo nelle università turche ed è sempre l'Akp che sta proponendo da anni leggi sempre più religiose, quale la penalizzazione dell'adulterio. Per la magistratura turca l'Akp potrebbe anche essere sciolto. Dal momento in cui questo partito è sotto inchiesta, l'opinione pubblica turca (come dimostra un sondaggio pubblicato ieri) lo sta abbandonando. Chi lo difende? La Commissione Europea, che sostiene come non vi sia «alcuna giustificazione» per il suo scioglimento. L'Europa, insomma, vuole che la Turchia entri nei suoi confini. Ma a patto che sia islamizzata.

! Stefano Magni
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