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13 e 14 aprile: liberi di costruirci un futurodi Ragionpolitica - 12 aprile 2008 La scadenza elettorale che ci attende rappresenta un bivio molto importante per le sorti del nostro Paese: può consentire all'Italia di imboccare, finalmente, la strada della speranza e dello sviluppo. Il 13 e 14 aprile si presenta, dunque, come la scelta tra due modelli di società, di Stato e di politica. Una politica e uno Stato che, con la sinistra al potere, hanno perso credibilità: è ora che la politica e le istituzioni tornino a riprendersi il ruolo che loro compete, quello di rappresentare il popolo sovrano. Secondo la Costituzione, infatti, sono i cittadini i veri depositari della sovranità, una sovranità di cui sono stati espropriati dalla sinistra: il Governo Prodi è stato espressione, infatti, dell'edificazione di un Governo delle minoranze. Sono queste ultime, i piccoli partiti della sinistra radicale, le oligarchie economico-finanziarie legate al potere della sinistra, i sindacati, i dipendenti della Pubblica amministrazione ecc. che hanno dominato questo Paese, l'hanno influenzato nelle sue scelte cruciali. Noi crediamo che la politica sia espressione delle istanze del popolo, un popolo che non è sovrano solo nel momento in cui vota (la sinistra, come abbiamo visto, ogni qual volta ha governato, ha sempre disatteso tutti gli impegni programmatici), ma anche dopo il voto, con la realizzazione dei programmi attraverso l'opera di governo. Noi crediamo che la politica e le istituzioni debbano difendere l'identità storica e sociale di un popolo. In una società come quella attuale, dove il processo di globalizzazione, i flussi migratori e l'evoluzione demografica hanno creato un forte senso di disorientamento nella nostra società, difendere la nostra identità culturale, le nostre radici, diventa un tema fondamentale anche per rilanciare il nostro Paese. L'Italia si è sempre distinta per la sua capacità di rialzarsi nei momenti di difficoltà proprio grazie alle specificità che derivano dalla nostra cultura: la nostra creatività, alla base di tutto ciò che è targato Made in Italy, e le nostre capacità imprenditoriali si sono sempre coniugate con la specificità della nostra identità culturale. Ebbene, è proprio dalla tutela della nostra identità, messa in crisi dalle politiche multiculturaliste (con la poilitica delle porte aperte), terzomondiste, anticapitaliste della sinistra che noi dobbiamo ripartire. La scelta del 13 e 14 aprile, dunque, può costituire una svolta, la scelta tra un modello, quello della sinistra, che vede i cittadini essere al servizio di uno Stato tentacolare, un modello in cui si afferma una gestione del potere discendente, dall'alto verso il basso, e dall'altra l'affermazione di un modello di gestione del Governo (non del potere) che ha come spinta propulsiva il popolo, una spinta che parte dal basso, dai cittadini, per giungere sino allo Stato. Fanno rabbrividire le dichiarazioni che Prodi ha rilasciato mercoledì, quando ha dichiarato, a Bologna, testuali parole: «Vinciamo per continuare quello che abbiamo fatto». In questa frase vi è racchiusa un'amara verità: il candidato Premier del Pd, Valter Veltroni, non rappresenta altro che un appendice del Governo Prodi. L'operazione politica di Veltroni, quella di presentarsi come «il nuovo che avanza», non è altro che un'operazione mediatica, fa parte della retorica linguistica a cui ci hanno sempre abituati i comunisti, che mai, sino ad ora, sono riusciti a rinnovarsi, a purificarsi. I comunisti sanno rigenerarsi solo con l'inganno nei confronti degli elettori, il loro cuore pulsante è sempre lo stesso. Ed infatti hanno dichiarato di andare da soli, ma questo è accaduto solo a livello nazionale: abbiamo visto come, a livello locale, invece, la sinistra Pd si sia alleata con la sinistra massimalista di Rifondazione e dei Comunisti italiani. Ora Veltroni osa chiedere, attraverso una lettera indirizzata a Berlusconi, di rispettare i principi di lealtà verso la nostra Repubblica: ma come, proprio lui che, da dirigente del Pc, riceveva i finanziamenti dall'Unione Sovietica? Ma come, Veltroni improvvisamente si è dimenticato dei danni causati dalla violenza comunista? Il «buon» Walter vuol far credere che questa storia non gli appartenga più, che non gli appartenga neppure più quel modo di fare politica che ha messo in pratica nella Capitale: sono sotto gli occhi di tutti i danni che l'amministrazione del'ex sindaco di Roma ha causato a Roma. Basterebbe guardare qualche dato: la spesa pubblica della Capitale è cresciuta di 9 miliardi sotto Veltroni, le consulenze sono cresciute del 243%; 37 mila famiglie sono senza casa; sono oltre 50 mila i bambini senza asilo nido; 9 mila i cittadini romani che vivono nelle baraccopoli lungo il Tevere. A livello locale la sinistra ha creato danni immani: basti guardare Napoli, dove l'immondizia ha generato non solo un disastro ambientale e sanitario, ma anche sociale. Dove c'è un Bassolino che non ha nemmeno avuto la dignità di abbandonare il suo scranno di potere. Non solo, guardiamo come la sinistra ha gestito la sanità a livello regionale: basti ricordare gli scandali della Liguria, dove la sanità è stata lottizzata dalla politica di Burlando, o gli scandali della sanità calabrese e Campana. Scegliere Popolo della Libertà significa optare per uno Stato liberale, che premia la libera intrapresa, il principio di responsabilità e di dignità della persona , che tutela la vivacità del nostro tessuto imprenditoriale (le imprese non vanno vessate), che crede che la creazione di ricchezza sia la fonte dello sviluppo del Paese, e che quindi non vada punita (come ha fatto Visco); noi crediamo che la proprietà sia fonte di libertà; che la famiglia sia il fulcro della società e alla base dello sviluppo socio-economico; noi crediamo che, per la tutela del nostro Stato sociale, l'immigrazione vada controllata (la sinistra ha dato ai ricongiunti de neocomunitari assegni sociali di 580 euro, più alti delle pensioni minime italiane). Noi crediamo nei principi dell'ordine e della sicurezza e nella necessità che lo Stato recuperi l'autorità perduta: per questo il Pdl si propone di far rispettare il principio della certezza della pena, di costruire più carceri, di garantire alle nostre forze dell'ordine le risorse per poter fare il loro lavoro (la sinistra le ha ridimensionate). Noi non crediamo in quella cultura (sessantottina) per la quale tutto è consentito ed i diritti prescindono dai doveri. Noi crediamo nella tutela della vita, dal concepimento sino alla morte. Noi crediamo nella necessità di investire sui giovani, che sono le generazioni che garantiranno un futuro al nostro Paese. Noi crediamo nel futuro. Il nostro programma prevede misure per i giovani: si va dall'incentivazione dell'imprenditorialità giovanile, per cui ognuno può diventare imprenditore di sé stesso, grazie a prestiti d'onore garantiti dallo Stato e ad un periodo di no tax (due anni) per chi mette su un'impresa; si va da i libri gratis sino a 18 anni per chi non ha le risorse economiche alla possibilità di scegliere tra scuola pubblica e privata, anche per i meno abbienti (aiuti statali). Si va da un piano di edilizia popolare per i giovani e per il 13% degli italiani che non hanno ancora una casa (si consentirà di accendere un mutuo trentennale con rate inferiori ai canoni di locazione) al piano di riscatto, attraverso l'accensione di un mutuo, per coloro che sono in affitto in edifici pubblici. E ancora, il Pdl si propone di compleatre la Legge Biagi, una legge che ha creato 1 milione e 600 mila posti di lavoro e che ha consentito all'80% dei contratti a tempo determinato di trasformarsi a tempo indeterminato. Cosa ha fatto la sinistra per i giovani? Prodi ha promosso l'esclusione sociale delle giovani generazioni, che hanno visto così diminuite le possibilità di ingresso nel mondo del lavoro: i dati fatti registrare dall'Istat sulla disoccupazione giovanile sono l'ennesima riprova della politica fallimentare del Governo Prodi. Mentre nel resto d'Europa la media dei giovani senza occupazione si riduce, passando dal 15,4 al 15%, l'Italia è in controtendenza: dal 22,6% del quarto trimestre 2006 siamo passati all'attuale 23,2%. Noi crediamo che la famiglia vada tutelata, ed investire sul futuro significa investire sulla famiglia che, per essere messa nella condizione di procreare dei figli, non deve essere tartassata. in questo senso vanno le misure del nostro programma, che prevedono la riduzione della pressione fiscale sotto il 40% in cinque anni, il quoziente famigliare, l'eliminazione dell'Ici sulla prima casa e la reintroduzione del Bonus Bebè (cancellato dalla sinistra). Credere nel futuro significa investire sull'energia: noi intendiamo puntare su questo settore dal momento che spendiamo oltre il 50% in più della Francia. Non tutti sanno che il sistema industriale italiano assorbe circa il 70% dell'energia che il nostro Paese consuma. Per questo sarà fondamentale attuare una politica lungimirante in questo senso, che sfrutti sì le fonti alternative, ma non solo. Il nostro programma prevede la realizzazione di rigassificatori già autorizzati; la diversificazione degli impianti elettrici ad olio combustibile attraverso il ricorso al carbone pulito; la promozione della raccolta differenziata e la costruzione di termovalorizzatori in ogni provincia per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani; la partecipazione ai progetti europei di energia nucleare di ultima generazione. Credere nel futuro significa investire in Grandi Opere, facendo partecipare le piccole e medie imprese alla loro realizzazione, coinvolgendo il capitale privato (oltre ai finanziamenti Ue e agli investimenti statali). Le infrastrutture sono fondamentali per collegarci ai traffici globali. Bisognerà inoltre rilanciare il sistema portuale e aeroportuale. I Porti possono costituire un fattore enorme di sviluppo: se calcoliamo che nel 2013 il 58% del Pil mondiale verrà da Cina, India e Giappone, e che solo il 12% verrà dall'Europa e il 17% dagli Stati Uniti, noi comprendiamo benissimo come le infrastrutture saranno fondamentali per lo smistamento dei traffici, per sfruttare la globalizzazione di ritorno. Non solo, noi dobbiamo investire su quei settori di nicchia che si possono sviluppare grazie alla nostra creatività. Noi dobbiamo credere, compatibilmente con le difficoltà della congiuntura internazionale, di poter tornare a crescere. Il Fmi ha rivisto le stime di crescita del Pil: per i prossimi due anni cresceremo solo dello 0,3%, questo è un dato allarmante, che, accompagnato alla perdita di potere di acquisto dei nostri salari, fanalino di coda in Europa, ci deve portare all'imperativo di reagire. Solo una politica di sviluppo, quella del Pdl, improntata alla diminuzione della spesa pubblica, ci potrà far tornare a crescere. Diminuire la spesa dello Stato significa sopprimere gli enti e le consulenze inutili, diminuire il numero delle cariche elettive in Parlamento, nei consigli regionali, provinciali e comunali; liberalizzare i servizi pubblici locali; digitalizzare la PA; significa vendere una parte del patrimonio immobiliare che non serve più (esso vale 1.800 miliardi di euro): dalla vendita di una parte di esso ogni anno si potrebbero risparmiare dai 15 ai 30 miliardi euro. Il 13 e 14 aprile i cittadini potranno scegliere, finalmente, di svincolarsi dal sistema di potere tentacolare della sinistra per ritornare ad essere liberi. Liberi di costruirsi il proprio futuro.
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Ragionpolitica, periodico on line n.259 del 8/4/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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