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Il catastrofismo ambientalista colpisce ancoradi Anna Bono - 12 aprile 2008 Se ci «si concentra eccessivamente su di una specifica tipologia di nemico ciò può avere come conseguenza l'essere attaccati e sconfitti da un altro nemico che sfugge a quel capo visuale»: ce lo hanno insegnato i generali cinesi Qiao Liang e Wang Xiangsui nel loro libro Guerra senza limiti. L'arte della guerra asimmetrica tra terrorismo e globalizzazione (LEG, 2001). Assediato da tutte le parti, è questo uno dei rischi che corre l'Occidente. Uno dei fronti attualmente più sguarniti, dove l'Occidente subisce perdite continue, è quello messo su dall'ambientalismo catastrofista con il consistente sostegno dell'ideologia femminista antagonista e del terzomondismo cattocomunista. Nei primi giorni di aprile da questo fronte è stata lanciata una nuova offensiva alla quale, in Italia, nessuna delle cariche politiche chiamate in causa, e per fortuna prossime a essere rimpiazzate, ha saputo rispondere in maniera adeguata. La strategia ambientalista per colpire l'Occidente è convincere il maggior numero possibile di persone che la responsabilità delle disgrazie che affliggono l'umanità va indiscutibilmente attribuita ai paesi industrializzati e in particolare a quelli che per primi hanno avviato la rivoluzione industriale e i processi economico-sociali che ne sono derivati. In sostanza, sostengono i militanti antioccidentali, se gli Obiettivi del Millennio proposti nel 2000 dalle Nazioni Unite, che hanno impegnato tutti i governi del mondo a unirsi per dimezzare la povertà entro il 2015, non saranno raggiunti - cosa ormai sicura - e se addirittura in certe regioni malnutrizione, malattie e analfabetismo stanno aumentando invece di scomparire, la colpa non è di dittatori come Mugabe in Zimbabwe, ma dell'Occidente: prima di tutto perché ha prodotto uno stravolgimento climatico che si ripercuote negativamente soprattutto sui paesi poveri e, in secondo luogo, perché, oltre a rifiutare di ridurre le cause del surriscaldamento del pianeta (principale effetto dei cambiamenti climatici indotti dall'industrializzazione), non è disposto a risarcire le vittime degli irreparabili danni che ha irresponsabilmente arrecato al pianeta e ai suoi abitanti. Il «global warming» non è dimostrato e tanto meno lo è l'ipotesi di un progressivo, costante aumento delle temperature nei prossimi decenni; per contro, è provata invece l'irrilevanza del fattore antropico, incluse le emissioni di «gas-serra», nelle variazioni climatiche registrate negli ultimi decenni. Ciò non ha impedito alle Nazioni Unite di organizzare l'ennesima conferenza mondiale sul cambiamento climatico, svoltasi a Bangkok dal 31 marzo al 4 aprile, durante la quale l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha reclamato un fondo speciale per coprire i costi sanitari aggiuntivi derivanti dai cambiamenti climatici. Secondo l'OMS, dagli anni 70 al 2000 il surriscaldamento della Terra ha provocato una media di 150.000 morti all'anno, cifra destinata ad aumentare. Il costo del «global warming» per i paesi in via di sviluppo nei prossimi anni andrà dai sei a 18 miliardi di dollari l'anno e dovranno pagarlo i responsabili, vale a dire i paesi ricchi. A tal fine un gruppo di ambientalisti africani ha proposto che le nazioni più inquinanti versino l'1% del loro Pil da destinarsi a progetti di intervento in Africa. Poi c'è stata la Giornata mondiale della salute, il 7 aprile, anch'essa quest'anno dedicata specialmente alle conseguenze dei cambiamenti climatici. L'OMS ne ha approfittato per illustrare nei dettagli gli effetti dannosi del riscaldamento globale, dandolo quindi per certo e spingendosi a sostenere che ad esso vanno imputate persino le ultime epidemie di colera in Bangladesh e di febbre della Rift Valley in Africa orientale, come se si trattasse di fenomeni nuovi e non di antiche piaghe, che periodicamente si abbattono su quelle regioni. Per finire, alcuni rapporti pubblicati nell'ultima settimana hanno richiamato l'attenzione sull'aumento generale del prezzo dei generi alimentari di base. La colpa in questo caso ricadrebbe principalmente sulle politiche di sviluppo sbagliate perseguite negli ultimi venti anni dai paesi ricchi. «Se il Nord del mondo non cambierà modello di sviluppo, la bolletta per i cereali nei paesi poveri continuerà a crescere e le rivolte popolari e sociali dilagheranno», ha detto il 10 aprile a Roma il direttore generale della FAO, Jacques Diouf, inspiegabilmente ignaro del fatto che se decine di milioni di persone dedite ad economie di sussistenza riescono a sopravvivere è proprio grazie al surplus alimentare prodotto dal modello di sviluppo occidentale messo sotto accusa, usato per integrare le loro risorse cronicamente insufficienti: un modello che, lungi dall'essere abbandonato, andrebbe esteso al resto del mondo affinché condivida il benessere materiale e morale di cui l'Occidente meritatamente gode.
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Ragionpolitica, periodico on line n.259 del 8/4/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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