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Tutti in piazzadi Stefano Doroni - 16 aprile 2008 Emergono vari dati dal risultato di queste elezioni politiche: prendiamone due. Il primo è la vittoria netta del Popolo della Libertà. Può sembrare banale, giacché parlano i numeri; ma una cosa va detta. Il notevole distacco inflitto al Partito Democratico spiega la volontà degli italiani di chiudere con decisione una stagione infelice come quella prodiana: la paura che un governo Veltroni avrebbe avuto troppo del carattere parolaio di quello precedente ha determinato una svolta. Il popolo ha scelto chi può garantire stabilità e sicurezza, e che può in modo concorde lavorare per offrire alla gente un po' di benessere in più, senza nascondere i sacrifici che potrebbero servire, senza fare proposte demagogiche, ma certo tenendo presente i contorni pratici dei bisogni italiani fuori dai bizantinismi inconcludenti tipici della sinistra ingessata fra nostalgie marxiste e velleitari tentativi di aggiornamento. La gente vuole una classe dirigente capace di ascoltare e rispondere, invece di pontificare dall'alto di una torre d'avorio costruita sull'incompetenza. Gli italiani, stavolta, non sono stati grulli: ci hanno visto giusto. Il secondo dato è la scomparsa della sinistra massimalista dal parlamento. La storia fa giustizia, finalmente anche da noi; ed espelle da un parlamento democratico e occidentale chi di occidentale non ha nulla e di democratico ben poco, visto che - per coerenza ideologica - la sinistra estrema ha maggiori sintonie con i regimi piuttosto che con le democrazie. Gli italiani si sono così resi protagonisti, con il loro voto, di un'ulteriore e storica svolta: togliere dal luogo dove si fanno le leggi chi manifesta ed esprime opinioni sempre e comunque contro l'Occidente mostrando indulgenza verso l'islamismo jihadista, chi disprezza i nostri militari, chi se ne frega della sicurezza della gente, chi considera i terroristi come patrioti, chi si batte per trasformare l'Italia nell'impero dei clandestini, chi si ostina a vedere il mondo come un gigantesco kolkhoz, chi continua a proporre ricette politiche ed economiche che erano già folli settant'anni fa. Il voto politico però, togliendo dal parlamento i rappresentanti del comunismo reduce e testardo e del pacifismo ideologico antiamericano, confina tutta questa gente nelle piazze, a cominciare dai capoccia politici, come Diliberto e Bertinotti. Certo, ci sono dei dati positivi in questo: qualcuno come Francesco Caruso potrà finalmente essere processato per i vari carichi penali che ha sulla testa. Buoni effetti di un voto decisivo. È poi vero che il posto della sinistra massimalista non è il parlamento ma la piazza, la strada dove fare manifestazioni, dove urlare tutto l'odio contro la democrazia e la civiltà liberali, dove abbandonarsi a qualsiasi eccesso ideologico. Ma è altrettanto vero che adesso che sono privi di una rappresentanza parlamentare che ne ripulisca la faccia e che ne mitighi in qualche modo le intemperanze obbligandoli almeno ad un residuale e utilitaristico rispetto di un certo decoro istituzionale, i compagni comunisti, sotto qualsiasi stemma si siano coagulati per queste elezioni, non hanno più nessuna faccia pulita da difendere. E quindi salteranno fuori con tutta la veemenza della loro carica rivoluzionaria e sovversiva, necessariamente violenta, ovviamente intollerante, apertamente guerraiola e per nulla sinceramente pacifista e nemmeno pacifica. I leninisti residuali, i profeti del verbo sindacalista più retrogrado, gli statalisti di pura ispirazione marxista, i pacifisti fasulli ispirati dall'odio ideologico, le mummie predicatrici della lotta di classe, spunteranno fuori nelle piazze come formiche da un formicaio, impazzando in ogni direzione. Lo scontro è aperto e lo dicono chiaramente proprio i detronizzati del momento. Diliberto, uno per tutti, dichiara che la sinistra estremista dovrà ripartire, per risorgere, dai simboli storici: vale a dire da quella falce e martello utile per schiacciare la meritocrazia e tagliare alla radice benessere e sviluppo. Simboli cupi e ferrigni di un bieco e inconfessabile passato, percorso da una cultura dell'odio e da una prassi rivoluzionaria che nel mondo ha mietuto più vittime del diluvio universale. Guidati, ora più che mai, dai precetti dell'ideologia, non vedranno i reali problemi del paese e del mondo, ma sovrapporranno a questi problemi gli schemi rigidi della loro visione della storia e non potranno che fare del male. Non ci sarebbe da stupirsi se, rotti i freni inibitori di una seppur a volte contestata rappresentanza istituzionale, qualcuno pensasse che è tornato il momento di rimettere il colpo in canna. Una nuova stagione di violenza non dovrebbe né meravigliare né impaurire gli italiani: sarebbe un'ulteriore dimostrazione che è salutare tenere l'estremismo rosso fuori dai luoghi dove batte il cuore della democrazia e dove, anche in forza della sua assenza, si può difendere la libertà.
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Ragionpolitica, periodico on line n.260 del 16/4/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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