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numero 280
6 marzo 2008
 
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Lo show di Fuksas, Di Pietro e Travaglio

La trojka condanna la democrazia

di Aldo Vitale - 19 aprile 2008

Verso le ore 21.15 dello scorso giovedì 17 aprile (a D+3 dalle elezioni) si è aperta l'ennesima sessione di quello che potrebbe essere facilmente definito come il «Festival nazionale dell'intolleranza stalinista». Su Rai2 è andata in onda la trasmissione di Michele Santoro, la prima dopo le elezioni che hanno consacrato la enorme vittoria del Pdl e dei suoi alleati, Annozero. L'immagine si apre con un primo piano di un Santoro riflessivo, raccolto tanto nel suo dolore (come verrà ricordato più volte dai presenti in studio) quanto nella sua rabbia, con uno sguardo a metà tra il sarcasmo e il disprezzo, silente, che dopo qualche secondo in cui fissa la telecamera apre le danze. Ospiti oltre il fido Travaglio, anche il politologo Prof. Giovanni Sartori, l'On. Antonio Di Pietro e l'architetto Massimiliano Fuksas. Unico esponente vicino all'area del Pdl era il giornalista de Il Giornale Filippo Facci. Tranne il rispettabile e simpatico Facci tutti gli altri non meriterebbero la minima considerazione se non fosse estremamente grave lo scempio di cui si sono resi orgogliosamente e coscientemente responsabili, cioè condannare la democrazia, il più vistoso sintomo della quale si estrinseca nel procedimento elettorale.

La trojka (che nella tradizione giuridica sovietica era un tribunale che giudicava dei reati «in via amministrativa» tanto che era composto da commissari del Partito comunista sovietico e non da ordinari giudici) era costituita da Fuksas, Di Pietro e Travaglio. I tre sono stati interpellati per risolvere un difficile e problematico quesito: come è possibile che gli italiani abbiano votato in così stragrande maggioranza (più di 3,5 milioni di voti) a favore del Pdl, cioè di Berlusconi? Dietro il quesito si avverte non poco la presenza anche di una sempre più crescente protesta contro i rappresentanti della sinistra che non sono riusciti a frenare, anzi annientare, il berlusconismo, come per dire: come è stato possibile se noi abbiamo fatto di tutto per impedirlo? Evidentemente non siamo stati bravi, evidentemente Veltroni non è riuscito come tutti si sperava, evidentemente è successo qualcosa. Poiché, tuttavia, la sinistra, è ritenuta dai suoi stessi sostenitori come unica depositaria della verità sul mondo e sulla vita e quindi infallibile, qualcosa è andato storto, ma la colpa non è, come ovviamente appare, interamente della sinistra. Di chi è allora? Semplice, fluidissima la risposta: degli Italiani.

I filoni di idee che si sono intrecciati per sostenere questa tesi sono tre: l'analisi culturale di Fuksas, l'analisi politica di Di Pietro, l'analisi giudiziaria di Travaglio. Infatti, il primo ha sostenuto che la svolta favorevole al Pdl nelle ultime elezioni si spiega soltanto osservando la dimensione culturale: ha sostenuto cioè che quanti votano il Pdl sono sostanzialmente degli ignoranti. Fuksas ha insomma dimostrato di appartenere a quel mondo pseudo-culturale dell'inttellettualismo gramsciano di sinistra che si fonda sul pregiudizio ideologico in base al quale la cultura è solo di sinistra, e chi non è di sinistra non è e non può essere un uomo di cultura, anzi è di sicuro un rozzo e becero ignorante. Il secondo, avendo sentito l'invettiva di Fuksas, ha cercato di fuoriuscire dall'imbarazzo affermando, con non poca evidente ipocrisia, che l'elettorato del Pdl deve essere rispettato, e che coloro che votano Berlusconi non sono automaticamente ignoranti (lo stesso Santoro ha preso le distanze da Fuksas su questo punto), semmai sono stupidi, poiché abbindolati dal(presunto) potere mediatico-informativo di cui dispone il Cavaliere. Travaglio, dal canto suo, invece, ha corretto ulteriormente il tiro, sostenendo che le precedenti tesi sono pur valide, ma occorre tenere in considerazione che gli elettori del Pdl, soprattutto al sud, in specie in Sicilia, sono sostanzialmente mafiosi o sottomessi al giogo della mafia: del resto, sempre secondo Travaglio, è così e solo così che si spiega il risultato del 65% dei consensi per Raffaele Lombardo sostenuto dal Pdl alla Presidenza della Regione Sicilia, contro Anna Finocchiaro.

L'arroganza, la supponenza, la presunzione, la violenza, la veemenza, l'intolleranza di queste tesi balzano subito agli occhi anche dei meno accorti, e proprio ai meno accorti, cioè a coloro che essendo di sinistra condividono queste assurde ed infamanti teorie (perché in proposito non raccogliere delle firme tra gli elettori del Pdl che sono stati diffamati sulla seconda rete di Stato per chiedere tramite querela la soddisfazione contro la lesione pubblica della propria dignità?), occorre spiegare il background ideologico che sottende questo genere di pensiero così diffuso negli ambienti dell'intellettualismo di stampo gramsciano. L'idea, infatti, che esista una cerchia di favoriti, una casta di prescelti, una élite di illuminati, cioè gli intellettuali, che hanno il compito morale e culturale di guidare le masse (soprattutto il proletariato) che altrimenti sarebbero destinate alla ignoranza ed alla non consapevolezza né di sé, né del proprio compito sociale, è tipicamente riferibile ad Antonio Gramsci, il teorico dell'inttellettuale organico, cioè quell'intellettuale che per essere davvero tale non può non, quindi deve, occuparsi della causa del proletariato.

La teoria di Gramsci - così diffusa tra la sinistra ed a cui più o meno consapevolmente aderiscono soggetti come Fuksas - ha fatto sì che agli intellettuali fosse affidato il gravoso onere di ergersi a guida politica delle masse proletarie, definire i contorni della cultura del popolo, e dimostrare che la storia o racconta il popolo o non ha nulla da dire, che l'arte o esalta il proletariato o non è bella, che la cultura o è di sinistra o non è cultura, che la verità o è marxista o non è vera. Questa concezione è dunque discriminatoria poiché interpreta la cultura come strumento di lotta di una parte contro un'altra, e come tale è chiaramente ed evidentemente anti-democratica, come lo stesso Gramsci rivela: « Il nostro Partito non è un partito democratico, almeno nel senso volgare che comunemente si dà a questa parola. E' un partito centralizzato nazionalmente ed internazionalmente. Centralizzazione vuol dire specialmente che in qualsiasi situazione tutti i membri del Partito, ognuno nel suo ambiente siano stati posti in grado di orientarsi, di saper trarre dalla realtà gli elementi per stabilire una direttiva, affinché la classe operaia non si abbatta, ma senta di essere guidata e di poter ancora lottare. La preparazione ideologica di massa è quindi una necessità della lotta rivoluzionaria, è una delle condizioni indispensabili della vittoria.»

Gramsci, insomma, ha fatto della cultura di sinistra la Cultura e della Cultura la cultura di sinistra, cioè ha denaturato l'essenza della cultura, che come tale è universale e che quindi non può essere né per il proletariato né contro di esso, né per la borghesia né contro di essa. Al pari di Gramsci, dunque, anche personaggi come Fuksas si macchiano di delitti intellettuali contro la democrazia, e dimostrano di essere vittime di ciò che Raymond Aron definì come «oppio degli intellettuali», il fenomeno per cui per Aron «il comunismo è la prima religione di intellettuali che si è validamente affermata». In conclusione sovviene la critica, avverso questo genere di intellettuali, mossa da un illuminista come Jean-Baptiste D'Alembert che nel suo «Saggio sui rapporti tra intellettuali e potenti» così scrive: «Un mezzo molto efficace per rendere più circospetti questi aristarchi sarebbe quello di impegnarli a dare per iscritto i loro pareri: in capo ad un piccolo numero di anni, quando il furore della cabala e lo spirito di parte avranno fatto posto alla sentenza dei saggi, quei giudici, ignoranti quanto severi, si troverebbero in contrasto o con se stessi o con il pubblico; infatti, nonostante tutte le ingiurie che si dicono così frequentemente al pubblico, esso decide con cognizione ed equità. E' vero che quel pubblico che giudica, cioè che pensa, non è composto da tutti coloro che pronunciano pareri e nemmeno da tutti quelli che leggono; le sue sentenze non sono tumultuose; spesso esamina ancora quando la passione o la prevenzione credono di aver già deciso e i suoi oracoli, depositati presso un piccolo numero di uomini illuminati, prescrivono infine alla folla ciò che essa deve credere. E' soprattutto fra gli intellettuali e persino unicamente tra costoro che si incontrano uomini di tal fatta.»

Aldo Vitale

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Ragionpolitica, periodico on line n.260 del 16/4/2008
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