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6 marzo 2008
 
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L'Europa ripudia se stessa

di Alexandra Javarone - 22 aprile 2008

L'Unione europea ha rigettato il piano di accoglienza straordinaria per 30.000 profughi cristiano-iracheni, presentato dal ministro degli Interni tedesco, Shauble. Nonostante le pressioni esercitate da Berlino, tese a porre freno «allo sterminio cristiano in Iraq», il ministro degli interni Sloveno ha bocciato la mozione, invocando un assurdo principio antidiscriminatorio: «Gli standard dell'Unione Europea non consentono di fare distinzioni in base a religione o razza». Ebbene, l'Europa, pur riconoscendo la gravità della situazione, rimanda la questione a data da destinarsi, rifiutando di concedere asilo ad individui condannati alla persecuzione solo perché di fede cristiana. Facendo ennesimo appello ad un relativismo distruttivo ed esclusivamente europeo, l'Unione ridefinisce i macabri contorni di un'insoluta crisi identitaria che esalta e ripropone un ideale assoluto di pluralismo a scapito della vita di 30.000 individui.

La situazione in Iraq è incandescente: non accennano, infatti, a placarsi gli scontri tra esercito regolare iracheno e miliziani saadristi. Secondo quanto affermato dal portavoce dell'esercito americano, di stanza in Iraq, Steven Strover, durante la notte fra sabato e domenica s'è assistito «alla notte più dura ed agli scontri più cruenti delle ultime settimane». Il comunicato ufficiale, che fa riferimento al bilancio delle vittime, parla di «venti miliziani sciiti uccisi». Notizie di scontri ed attentati dinamitardi si susseguono senza alcuna tregua: nella provincia di Diwaniya l'esplosione di un ordigno ha causato la morte di due iracheni ed il ferimento di cinque uomini, mentre a Baluba (ove si rileva presenza qaedista), secondo le ultime indiscrezioni, in seguito all'attentato messo a segno da un kamikaze, il numero dei morti sarebbe salito fino a 40. Innanzi agli ottimi risultati prodotti dalla strategia Petraeus, l'Iraq si è avviato verso una lenta, ma pur diffusa, stabilizzazione interna, capace, infine, d'infrangere i cupi sogni di conquista dei fanatici. L'esplosione di violenza scatenatasi nelle ultime settimane, ha di fatto riportato l'Iraq nel caos, gettando la popolazione in un abisso di paure, rabbia e frustrazione. Antichi rivali come qaedisti sunniti e guerriglieri sciiti avrebbero, allora, ricusato gli atavici dissapori, decretando l'armistizio, innanzi al comune intento di re-destabilizzare la regione. Una guerra strisciante che sadristi, manovrati dall'Iran, sono tornati a combattere a fianco di Al-Qaeda.

Vittima inerme della propaganda e della fanatica intolleranza è, ancora una volta, la popolazione civile e con essa la minoranza cristiana, macchiatasi della grave colpa «di non aver mai preso posizione», «di non contribuire alla liberazione dell'Iraq». Le esecuzioni di matrice confessionale, si susseguono sin dal 2004. Una vile persecuzione che, come attestato da Ismael Kardush, «negli ultimi anni gli islamisti hanno perpetrato avverso la comunità cristiana», oramai costretta all'esodo forzoso verso Siria e Giordania. Secondo le stime, le violenze interconfessionali, i brutali omicidi, l'industria dei rapimenti (un esempio per tutti l'arcivescovo di Mossul, Paulos Faraj Rahho, sequestrato il 29 febbraio) e le intimidazioni avrebbero prodotto una sorta di intollerabile diaspora.

Tuttavia, nonostante i dati riferibili alle persecuzioni cristiane, in Occidente il rispetto della persona umana (indipendentemente da razza, religione o dalle idee che questa possa manifestare), così come lo stesso diritto alla vita, passano in secondo piano se poste in connessione al bizzarro «principio di non discriminazione europeo». Invero, i cristiani d'Iraq patiscono morte ed umiliazione proprio in virtù del detestabile, ma pur euro-condonabile, principio non discriminatorio, che terroristi e miliziani gli riservano «con l'obiettivo di annichilire l'intera classe intellettuale». Di fatto, nonostante i cristiani costituiscano il 3% della popolazione, «questi rappresentano il 35% di quelli con un'istruzione superiore. Costringere queste persone alla fuga [ucciderle] significa evitare che il Paese si risollevi. Significa far proliferare l'ignoranza che da sempre appoggia il terrorismo». Insomma, a fronte delle dotte dichiarazioni di principio o degli alti slanci umanitari, questa volta, l'Europa dei burocrati s'è solo negata un semplice atto d'umanità.

Alexandra Javarone

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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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