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Il cordone ombelicale che lega Di Pietro a Veltroni

di Sergio Pizzolante - 22 aprile 2008

Il Partito democratico è figlio della «rivoluzione» delle procure, del Golpe «mercatista», come direbbe Tremonti, dell'alleanza cioè fra il comunismo e il liberismo senza libertà, che ha tolto il timone del paese alla politica per consegnarlo all'economia, in Italia ad una piccola oligarchia economico-finanziaria. Di Pietro, di questa impresa, è stato il capo della falange armata. Dopo 15 anni i risultati sono sotto gli occhi di tutti: l'Italia è retrocessa dietro la Spagna, ha le tasse più alte, i redditi più bassi e lo Stato più costoso d'Europa. Nel mondo l'immagine dell'Italia è quella dei rifiuti di Napoli.

Il legame tra Di Pietro e il veltronismo è chiaro. Prova ne è, ad esempio, il fatto che Tonino dopo il voto confluirà nel Pd. Cioè raccoglie il consenso per sé con ogni mezzo, e poi lo gira a Veltroni e Prodi. Fa cioè quello che ha sempre fatto ed per il quale è sempre stato pagato, prima con un seggio al parlamento, poi al governo.

Ma il rapporto tra Di Pietro e Veltroni risale ad anni addietro nella recente, tragica, storia del nostro Paese. Equivale al rapporto, al cordone ombelicale che lega i Ds con le procure, e tutti insieme con i poteri forti, grandi editori e grandi banchieri, che in Italia la fanno da padroni. Veltroni, infatti, all'epoca di tangentopoli (era già «nuovo») dirigeva l'Unità. E concertava con gli altri direttori dei maggiori giornali italiani, Repubblica (Scalfari), Corriere della Sera (Mieli) e La Stampa (Anselmi), i titoli dei giornali, la campagne d'odio, l'appoggio alle Procure e al loro campione nazionale. Non lo dico io, lo disse agli inizi del 2000 Antonio Polito, all'epoca caporedattore di Repubblica. L'eroe molisano, acclamato come il salvatore dell'Italia, intanto, ci metteva del suo. Distruggeva gli avversari storici di Veltroni e dei Ds: Craxi e il Psi. Mentre Violante pensava a far fuori la Dc. Ma sempre con il mandato morale dell'Unità di Veltroni, La Repubblica di De Benedetti, La Stampa della Fiat e il Corriere della Sera del salotto buono dell'economia italiana. Di Pietro sbatteva in galera i «delinquenti» senza paura. E quando accadeva che qualcuno, in attesa di processo, si suicidava, Tonino rispondeva così ai giornali: «Questa storia dei suicidi "a orologeria" sta assumendo i toni dell'estremo ricatto verso l'istituzione della giustizia da parte di chi, dovendo risponderle, preferisce togliersi la vita piuttosto che affrontarla...»(Il Giornale, 5 ottobre 1994). Ora vorrebbe fare il Ministro dell'Interno o della Giustizia, che sarebbe come affidare le riserve faunistiche ad un bracconiere.

Terminato il golpe mercatista, fatti fuori tutti i partiti che avevano garantito la democrazia in Italia per 50 anni, l'imprevisto: Berlusconi vince l'elezioni, sbaragliando la «gioiosa macchina da guerra» di Occhetto, D'Alema e Veltroni. E allora il Pool si getta a testa bassa per «sfasciare» Berlusconi. Infatti, il primo governo di centro-destra crollò nel '94 per un avviso di garanzia consegnato a Palazzo Chigi. Prodi si vide la strada spianata per diventare Presidente del Consiglio. Vice-presidente? Chi se non il fido, che era anche «nuovo», Walter Veltroni. Così si arrivò alla fine della guerra «calda», combattuta sul serio con le manette e la gogna mediatica, che scoppiò in Italia dopo che la guerra fredda internazionale era terminata. Guerra «calda», fatta di carceri, di suicidi, di vite distrutte. Così come in molti posti del mondo, anche in Italia i comunisti hanno usato la violenza per andare al potere.

Mani Pulite, in questo senso, ha guidato l'assalto al Palazzo d'Inverno. Di Pietro è stato lo strumento, l'arma del delitto. La pistola, ma non certo un pistola, perchè ci ha guadagnato eccome. Come in tutte le rivoluzioni, però, le forze che l'hanno creata si devono istituzionalizzare, ci vuole il Partito guida. Lo stesso Di Pietro, già nel 1995, al telefono con De Benedetti (tessera n° 1 del Pd) parlava di un «progetto comune», di «amici comuni, e Prodi è uno di questi», come si legge in un intercettazione telefonica inserita negli Atti del Processo contro Di Pietro presso il Tribunale di Brescia (l'intera intercettazione è reperibile su You-tube). Questo «progetto comune» è ora davanti agli occhi di tutti. E' il Partito democratico, che gode di pagine intere su tutti i più grandi giornali nazionali, sempre gli stessi, sempre pronti a decantare la novità, la purezza, la modernità, di un partito che è figlio loro, e nasce vecchissimo. Il fatto che l'unico alleato sia il buon Di Pietro ne costituisce una prova provata.

Sergio Pizzolante

Deputato del Popolo della Libertà

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