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La dolorosa questione tibetanadi Michele Genovese - 24 aprile 2008 Le dimostrazioni di protesta per i drammatici avvenimenti che hanno avuto luogo a metà Marzo nel Tibet con un numero imprecisato di vittime sono state seguite da iniziative che pongono in forse il pacifico svolgimento dei giochi olimpici programmati per questa estate a Pechino. Le misure adottate da vari governi per evitare lo spegnimento simbolico della torcia olimpica, durante il passaggio sul proprio territorio, hanno assunto talvolta aspetti grotteschi di blindatura totale del percorso: esse hanno finito per ridicolizzare una tradizione che appare più attinente allo spettacolo e ad interessi finanziario-pubblicitari che non al messaggio di pace, sospensione di conflitti e di tensioni politiche che la tradizione olimpica vorrebbe perpetuare. Rimane il contrasto tra la retorica della festa universale dello sport, sempre più pesantemente sponsorizzata con immense ricadute economiche ed ambita da parte dei Paesi ospitanti per l'irripetibile opportunità di mettersi in vetrina, e le spesso irrisolte questioni di indole politica che possono turbare la coscienza della comunità internazionale. I giochi olimpici offrono una straordinaria cassa di risonanza ed era perfino ovvio attendersi l'emergere della dolorosa questione tibetana in coincidenza con il loro svolgimento a Pechino. L'affermazione della Cina come potenza economica e finanziaria di primo piano a livello mondiale avrebbe dovuto ricevere, nelle aspettativa dei suoi dirigenti politici, la definitiva consacrazione agli occhi di sterminate masse in tutti i Paesi del mondo. Questo tormentato avvio pone invece seri problemi di immagine e suscita l'indignazione, accortamente alimentata, di ampia parte dei cittadini cinesi. E' relativamente facile in un Paese caratterizzato da un greve controllo dell'informazione presentare le manifestazioni di protesta come il frutto di reazioni rancorose contro l'invadenza delle esportazioni cinesi, frutto di una innegabile success story. Non è tuttora chiaro quali saranno le reazioni di più lungo periodo da parte delle autorità cinesi, specie se un numero rilevante di capi di stato e di governo negheranno la propria partecipazione alla cerimonia inaugurale. E' presumibile che si siano formate, all'interno del partito comunista cinese e delle massime istanze politiche, fazioni che propugnano maniere più o meno forti all'interno del Paese ed all'esterno boicottaggi commerciali e più in generale manifestazioni di ostilità. Qualunque possa essere il risultato finale, è tuttavia ipotizzabile che la struttura apparentemente monolitica e quindi poco flessibile dello stato cinese e del partito unico al potere trarranno da questi avvenimenti utili indicazioni per il futuro: a quanto pare, il partito comunista cinese non ha le caratteristiche di cieca burocrazia che contraddistingueva molti dei partiti «fratelli» del defunto patto di Varsavia e tiene ampiamente conto di fattori chiave quali la competenza e l' efficienza individuali. L'esigenza di mantenere redditizi canali commerciali e relazioni di fruttuosa cooperazione con il resto del mondo finirà per prevalere, sempre a condizione che i paesi di consolidata tradizione democratica manifestino la propria disapprovazione entro limiti ben precisi, come del resto sembra stia già avvenendo. Le dimostrazioni di piazza non hanno finora ricevuto il supporto dei gruppi di protesta internazionali, organizzati quasi su base professionale: i morti del Tibet probabilmente non suscitano lo stesso interesse di una normale riunione del G8. E' quindi proprio probabile che da quella parte possano giungere pressioni sui residui governi «progressisti» dei Paesi industrializzati. Ammirevoli e degne di rispetto le prese di posizione orientate a disertare la cerimonia di apertura dei giochi del presidente francese Sarkozy e di altri leaders europei, peraltro non coordinate tra di loro e nell'assenza, tanto per cambiare, di una posizione comune in sede di Consiglio dei ministri. I giochi olimpici dovranno svolgersi come programmato, la partecipazione alla cerimonia inaugurale ed eventuali iniziative diplomatiche con rappresentanti del Tibet in esilio, primo tra tutti ovviamente il Dalai Lama, appartengono al campo delle manifestazioni di dissenso che le autorità cinesi faranno bene a tollerare, come peraltro sembra abbiano già iniziato a fare organi di informazione cinesi autorevolmente ispirati. Gli sviluppi successivi, come il rispetto dei diritti umani, il rigetto di metodi di repressione violenti ed il riconoscimento di avanzate forme di autonomia a gruppi etnici di minoritarie regioni periferiche, appartengono alla sfera del possibile e del desiderabile e sarà buona norma che esse costituiscano argomento di costante e costruttivo dibattito che, nel caso dei paesi membri dell' Unione europea, richiedono seria concertazione e prese di posizione pubblicamente adottate nelle sedi e secondo le procedure statuite dal diritto comunitario. Michele Genovese |
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Ragionpolitica, periodico on line n.261 del 22/4/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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