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6 marzo 2008
 
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Cambiamenti climatici e sfide economiche

di Benedetta Mangano - 29 aprile 2008

Cresce ogni giorno di più la concorde preoccupazione dei leader mondiali su un punto: i cambiamenti climatici rappresentano una seria minaccia per l'economia globale. E non solo. Proprio in questi giorni si è tenuto a Parigi il «Major economies meeting on energy and climate change» (Mem). Si tratta del terzo di una serie di appuntamenti dedicati alla questione ambientale, che hanno preso il via a Washington lo scorso settembre, per proseguire nelle Hawaii a gennaio, e giungere a questa due-giorni francese. Allo stesso tavolo si sono riuniti i rappresentanti dei 16 paesi considerati i principali responsabili dell'inquinamento globale. Si tratta in effetti di 16 nazioni - Stati Uniti, Australia, Brasile, Gran Bretagna, Canada, Cina, Francia, Germania, India, Indonesia, Italia, Giappone, Corea del Sud, Messico, Russia e Sud Africa - che insieme producono circa l'80% delle emissioni globali di carbonio. L'impegno comune è quello di riuscire, sempre entro la cornice direttiva Onu, ad elaborare un nuovo accordo internazionale sul clima, che sostituisca il noto Protocollo di Kyoto, siglato nel 1997 e con scadenza nel 2012. Un obiettivo da raggiungere magari proprio durante il G8 che si terrà in Giappone il prossimo luglio.

Ma intanto i risultati raggiunti in quest'ultima riunione sembrano essere ancora poco soddisfacenti. Il dialogo c'è stato ed ha toccato argomenti importanti. Il Presidente francese Sarkozy ha sottolineato l'impatto considerevole dei cambiamenti climatici anche sul tema della sicurezza, come dimostrato in Africa. «Se continuiamo in questa direzione, i problemi ambientali incoraggeranno le migrazioni tra paesi sempre più poveri, e la crisi del Darfur rappresenterà solo un esempio tra decine di altre».

Il francese Jean-Pierre Jouyet, accanto a Sarkozy nella direzione del dibattito, si è soffermato sulle divergenze emerse ancora una volta tra Stati Uniti ed Unione europea. I membri Ue si sono già impegnati a ridurre le loro emissioni entro il 2020 del 20% rispetto ai livelli del 1990. Diversa è la posizione degli Stati Uniti. L'amministrazione Bush si è sempre mostrata poco incline a fissare limiti obbligatori per le emissioni di gas-serra delle proprie industrie. Come noto, il Protocollo di Kyoto ha visto l'iniziale sigla americana, ma la ratifica non è mai avvenuta. Troppo alti i costi economici, soprattutto di fronte alla competizione con i nuovi giganti Cina e India, al momento esenti dai vincoli imposti alle emissioni. Tuttavia, alle porte di queste elezioni Usa 2008, tutti i candidati si mostrano particolarmente sensibili alla questione. Trovare il giusto approccio che consenta di ridurre le emissioni di gas senza danni eccessivi per l'economia, sembra rappresenterà una delle priorità nell'agenda del prossimo Presidente degli Stati Uniti. Considerando la crisi economica in atto, l'impresa appare ardua.

Ma intanto lo stesso Presidente Bush, proprio la scorsa settimana, ha tenuto un discorso incentrato sulla necessità di frenare la crescita interna di emissioni di gas-serra entro il 2025. L'obiettivo va perseguito attraverso «un'ampia serie di misure che prevedano incentivi e regole di mercato in grado di promuovere la riduzione delle emissioni, grazie ad innovative tecnologie ambientali». Il Presidente ha però subito aggiunto che una politica troppo rigida comporterebbe costi insostenibili per le famiglie americane, senza apportare alcun beneficio. Non sorprende, dunque, che molti paesi rimangano convinti che la questione con l'America si potrà affrontare realmente solo con una nuova Amministrazione. Nel frattempo l'iniziativa di Bush avrà sicuramente i suoi effetti sull'azione del Congresso. Qui la guida Democratica spera di approvare una legislazione relativa alla questione ambientale prima delle elezioni. I senatori Joe Lieberman e John Warner, ad esempio, hanno avanzato la proposta di riduzione delle emissioni registrate nel 2005 di circa il 20% entro il 2020, e di oltre il 60% entro il 2050. Ma c'è chi paventa un vero e proprio shock per l'economia.

Del resto le preoccupazioni economiche rimangono il perno su cui ruotano tutte le trattative. Durante il Mem di Parigi grande attenzione è stata dedicata alle previsioni del rappresentante sud-africano circa i costi mondiali del riscaldamento globale, con una stima di 200 miliardi di dollari all'anno. Una cifra talmente alta che i partecipanti non si sono posti neanche il problema se fosse corretta o meno. Quello che sembra urgente e necessario per tutti è iniziare a raccogliere fondi. Non a caso la proposta messicana di creare un fondo globale di denaro pubblico e privato per affrontare le sfide poste dai cambiamenti climatici, è stata accolta con gran favore da parte americana, francese e giapponese. Non resta che attendere i prossimi sviluppi, a iniziare dai due successivi incontri fissati alla chiusura del dibattito parigino per i mesi di maggio e di giugno.

Benedetta Mangano

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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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