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La Turchia tra Siria e Israele

di Daniele Martino - 29 aprile 2008

Il processo di pace in Medio Oriente vede l'ingresso di un nuovo mediatore per risolvere la crisi tra Siria ed Israele: la Turchia di Recep Tayyp Erdogan. Il premier turco ha ottenuto un primo risultato molto positivo nel miglioramento dei rapporti tra i due Stati; per la prima volta dal novembre 2000, si sono avuti contatti informali tra le cancellerie di Damasco e Gerusalemme. La forza della mediazione turca sta nel ritrovato ruolo protagonista di Ankara nello scacchiere geopolitico euro-asiatico. Le vicissitudini turche in politica interna tra la Corte costituzionale e il presidente Abdullah Gül non stanno minando per nulla la credibilità all'estero del Paese, che sta vivendo un'intensa stagione di sviluppo economico e di interscambio commerciale, soprattutto con gli Stati del Mediterraneo orientale. In questo contesto s'inserisce senza dubbio il ruolo da «alfiere» della Turchia nella politica medio-orientale, e in particolare nella decennale querelle diplomatica tra Israele e Siria.

I rapporti tra Gerusalemme e Ankara sono ottimi da decenni; la Turchia è da sempre l'unico forte alleato di Israele nella regione, essendosi schierata in ogni circostanza contro i tentativi di aggressione degli Stati arabi prima, e le azioni di stampo terroristico poi. Questo rapporto preferenziale consente alla Turchia di godere del sostegno di tutte le forze politiche israeliane, dal Likud ai laburisti passando per il partito al governo Kadima, per quanto riguarda la riapertura del dialogo con Damasco. Tra Siria e Turchia è forte l'intesa comune, in riferimento soprattutto alle infiltrazioni di terroristi curdi nei rispettivi territori. Sabato scorso il premier turco Erdogan ha fatto visita al presidente Bashar Al-Assad per migliorare ulteriormente i rapporti tra i due Stati; il motivo «ufficiale» dell'incontro, peraltro programmato da tempo, era il primo forum economico turco-siriano ma, inevitabilmente, sul tavolo del vertice è finito pure il dossier dei rapporti con Israele.

La proposta del primo ministro israeliano Ehud Olmert consiste in un graduale ritiro dalle alture del Golan, come avvenuto a Gaza nell'estate del 2005 con il governo di Ariel Sharon. Ciò significa la concreta possibilità di porre fine al contrasto tra Israele e Siria, che dura dal 1967. In compenso, il compito della Siria consiste nel mutare radicalmente i rapporti con le forze terroristiche di Hezbollah in Libano e Hamas in Palestina, conducendole in tempi brevi a più miti consigli; Damasco, infatti, condiziona pesantemente la linea di condotta di Hamas ed Hezbollah, in virtù del sostegno economico e logistico che continua a fornire ai due gruppi estremisti. Il merito di Ehud Olmert è di avere una visione pragmatica dell'attuale scenario medio-orientale, che si trova in uno stato di totale stallo dalla fine del conflitto in Libano; occorre un forte cambio di passo che, tuttavia, per essere realizzato necessita del coordinamento di un soggetto super partes.

La Turchia rappresenta un ottimo regista della situazione, cui spetta sì una missione molto difficile, ma gode dell'appoggio di tutte le parti in causa; oltre ad esse, Erdoğan e Gül godono dell'aperto sostegno di tutti i principali soggetti internazionali, dalle Nazioni Unite alla Nato, dagli Stati Uniti all'Unione Europea. Anche da parte araba vi è un atteggiamento favorevole alla Turchia, come dimostra il parere positivo alla trattativa degli Stati arabi più rappresentativi, come Egitto, Giordania e Arabia Saudita. Dopo aver definito «importanti» i colloqui con Olmert, Erdoğan ha giudicato «fruttuoso» anche il summit con Bashar Al-Assad; forse inizia la strada della pace.

Daniele Martino

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