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numero 280
6 marzo 2008
 
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Il crollo

di Stefano Doroni - 29 aprile 2008

Roma sceglie un sindaco di centrodestra: Gianni Alemanno. Un fatto storico perché sancisce il definitivo crollo di un intero sistema di potere che fin qui si era espresso attraverso lo sterile burocratismo politico di una sinistra parolaia e piagnona che aveva fallito sempre e su tutto: sul tema della sicurezza, dell'economia, del lavoro, della cultura. Negli ultimi due anni la sinistra sembrava dilagare: la capitale e il governo nazionale in mano agli ex comunisti e agli ex democristiani da compromesso storico. Ma ora la sconfitta di quella stessa sinistra, generale nelle urne delle elezioni politiche, diventa totale, assoluta, dopo lo spoglio delle schede del comune di Roma. Questo è il crollo di un'intera parte politica, contraddistinta da proposte impossibili e da strategie perdenti dell'Unione e dello stesso Partito Democratico.

Ora i sinistri si sperticano a trovare le ragioni della débacle nel cosiddetto «vento di destra» che spira nel Paese, riesumando l'ennesimo tentativo di agitare un asfittico antifascismo etico e militante che ormai è stantìo come un sacco di noci dimenticato in soffitta da dieci anni. Il moralismo post-resistenziale serve solo a rendere patetici i tristi campioni del pensiero debole; e ora, come pugili suonati, non possono fare altro che ammettere la «gravissima sconfitta» a cui sono andati incontro. Ma il vento di destra non c'entra nulla; non un vento ma la limacciosa bonaccia della sinistra che ha tirato a campare convinta che il potere le spettasse di diritto o per un assurdo privilegio morale, questa bonaccia ha dato il colpo di grazia al prodismo velleitario e al buonismo veltroniano.

Adesso si scatenerà una feroce resa dei conti in casa del Pd: ed è perfettamente logico. La testa del bambinello Walter non è più così salda, proprio come la panchina di un allenatore che ha preso una squadra che doveva vincere lo scudetto e invece sta finendo in serie B. E questa resa dei conti, selvaggia come sanno essere i cosiddetti «progressisti» quando perdono e non ci stanno (il che vale a dire sempre), probabilmente non risparmierà nessuno. Forse Veltroni non si dimetterà: questa onestà intellettuale non è nelle corde della sinistra, ma il sangue scorrerà a fiumi in casa democratica. E se, orribile a dirsi, dalla faida di famiglia spuntasse fuori ancora una volta l'ombra di D'Alema, leader sempre sbandierato e mai definitivamente consacrato? Sarebbe un cambio al vertice del partito in puro stile sovietico; stile a cui Oscar Luigi Scalfaro ci aveva abituato anni fa, quando aveva chiamato alla presidenza del Consiglio proprio D'Alema, infischiandosene della crisi di Governo che aveva mandato a casa - guarda un po' - proprio Romano Prodi: non ci furono elezioni democratiche ma l'imposizione al Paese della volontà del nucleo di potere di centrosinistra da parte di un Presidente della Repubblica che di quel nucleo di potere era una delle massime espressioni. Con buona pace della democrazia. Ma adesso D'Alema, o chiunque altro, sarebbe solo il nuovo leader di una squadretta politica da rifondare; una squadretta che, per insistere nella metafora calcistica, non sa più giocare a pallone.

L'analisi politica è semplice, verrebbe da dire banale. Lo sconfitto è sempre Veltroni, con il suo stile, la sua retorica, le sue idee, i suoi fumosi e aleatori programmi. Il prodismo ha perso per la sua manifesta incapacità a governare: non era strutturalmente adatto ad amministrare un Paese moderno, dal momento che si portava dietro l'ingombrante zavorra del relitto comunista, dell'arroganza forcaiola dipietrista e della rissosità vanagloriosa del mastellismo ciarliero. L'Unione era solo un cartello elettorale per sconfiggere Berlusconi: ma una volta riusciti nell'intento, i compagni prodisti non potevano governare perché erano ispirati da idee e stimoli troppo diversi tra loro. Potevano soltanto tirare a campare sul traballante piedistallo di un potere preteso con arroganza ma mai meritato nei fatti. E hanno campato fin troppo, in uno sterile immobilismo parassitario che ha prodotto una pressione fiscale al limite dell'atto criminoso, un lassismo sbracato e indegno sul tema dell'immigrazione, uno scandaloso giustizialismo politico, una politica economica da ridere giusto per non piangere, una politica estera indegna per un paese occidentale.

Il buon Veltroni ereditava questo bilancio fallimentare da chi era venuto prima di lui: ovvio che la gente non ne potesse più di inutili omelìe politiche all'insegna del più banale «volemose bbene»; che non ne potesse più di frasi campate in aria senza che mai il candidato premier provasse a mordere la realtà, specie nei suoi aspetti più scomodi e rugosi. Gli italiani hanno bisogno di risposte concrete, di soluzioni efficaci per i problemi che affliggono il Paese, ha bisogno di fatti e non di pose prevedibili nel teatrino della solita politica radical chic fintamente sollecita e in realtà snobbona e supponente. Questo a livello nazionale: e la bastonata sulla testa di Veltroni è stata di quelle che lasciano il bernoccolo. A livello locale poi, vale a dire romano, il Walter si giocava ciò che rimaneva della sua minata credibilità. La sconfitta vera, anche in riva al Tevere, non è infatti tanto di Rutelli quanto di Veltroni, ancora una volta: crolla il famigerato «modello Roma», fatto di fumo negli occhi (della gente) e inutili «notti bianche», passerelle della cultura sinistroide che ha tiranneggiato per decenni l'Italia. Ma stavolta, né a livello nazionale né a livello romano, anche il mondo dello spettacolo, quello degli artisti «organici», non si è scomodato: che abbia fiutato l'aria che tirava?

Il crollo è senza attenuanti. Caduta Roma, ormai Veltroni non può che ritirarsi nel suo palazzo, imbronciato, novello Pio IX che perde il suo Stato, e non ce ne voglia Papa Mastai Ferretti, con cui Veltroni, quanto a statura intellettuale e politica, non ha certo niente da spartire. Il crollo è totale, perché segna la fine di un'intera filosofia politica, di un'intera visione della società. Ma pensiamoci: tutti hanno voltato le spalle alla sinistra, persino gli operai nelle fabbriche del Nord; e questo vorrà pur dire qualcosa! E infatti vuol dire che la sinistra di Veltroni non è il nuovo che avanza ma il vecchio che si traveste, per altro pietosamente. Gli italiani se ne sono accorti; e i romani pure, che Veltroni l'hanno avuto in casa a far danni per un bel po' di tempo. Morale della favola: tutti a casa.

! Stefano Doroni
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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