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6 marzo 2008
 
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Lavoro: si impone una profonda revisione culturale

di Aurora Franceschelli - 3 maggio 2008

Secondo quanto emerso dalla ultime elezioni politiche ed amministrative il centrodestra, nella percezione dei cittadini, ha dimostrato di saper cogliere e di voler affrontare con i fatti l'evoluzione della società italiana e dei suoi bisogni, e soprattutto di voler trovare delle risposte ai problemi che si sono generati sotto l'onda d'urto della globalizzazione e della crescita dei flussi migratori. Il Popolo della Libertà, assieme alla Lega, ha fatto emergere una geografia politica che, in sostanza, riflette la scelta maturata in questi ultimi due anni dai cittadini: è come se gli elettori, durante la gogna patita durante il governo Prodi e l'ondata di antipolitica che ne è conseguita, avessero maturato una coscienza politica più profonda. Una coscienza politica che, e lo si è avvertito soprattutto tra gli elettori di sinistra e centrosinistra che hanno scelto di votare dall'altra parte, per la prima volta si è liberata dalla gabbia ideologica che la opprimeva per radicarsi, invece, sulla realtà dei fatti.

E' proprio sul terreno della crisi socio-economica che ha inghiottito il nostro Paese, che ha visto il governo precedente non solo impotente, ma anche recalcitrante a qualsiasi ventata riformatrice, che i cittadini hanno voluto innestare, con il loro voto, la marcia del cambiamento. Il sentimento di paura, di insicurezza e di smarrimento (non solo per la crisi economica in atto, ma anche, e soprattutto per l'incapacità dello Stato di mantenere un minimo di autorevolezza) ha innescato una reazione forte. E' così che si è riaffermato prepotentemente il primato della politica vera, una politica che, partendo dai fatti per andar dietro ai cambiamenti incessanti di una realtà in continua evoluzione, deve essere in grado di rinnovarsi per poter dare risposte ai mutamenti e alle esigenze che, con l'accelerazione dei processi economo-sociali, si susseguono repentinamente. E' solo a partire dai fatti che oggi il pensiero politico, ben radicato sul terreno della nostra identità storico-culturale-valoriale, può prendere corpo e suscitare interesse anche da parte del popolo.

La sinistra radicale è stata emarginata dal consesso politico proprio perché non è stata in grado di recepire i bisogni di una società cambiata ormai da tempo, una società dove le «vecchie categorie», le nostalgie per una società che classista non è più, non fanno più breccia su un popolo che ha capito di dover affrontare nuove problematiche. Il popolo, anche gran parte di quello che apparteneva all'estrema sinistra, ha sanzionato una Bad Godesberg italiana che non è avvenuta, come in Germania, a livello di vertice, ma dal basso.

Questa spinta dal basso, a favore del cambiamento, si sta manifestando anche a livello sindacale: è significativa la lettera inviata al Manifesto da un gruppo di delegati sindacali della Pirelli Bicocca, le «tute blu» che hanno deciso di abbandonare la Cgil per traslocare nell'Ugl, il sindacato di area centrodestra. Insomma, la crisi di rappresentatività che ha investito la sinistra si è riversata anche in un sindacato come la Cgil. E' ormai da parecchio tempo che esso attraversa una profonda crisi di identità, e a testimoniarlo sono i dati: dopo un'emorragia di iscritti che ha visto dimezzati i suoi aderenti nel giro di trent'anni, ora gli iscritti ai sindacati appartengono per metà alla «classe» dei pensionati e per circa un terzo a quella dei dipendenti pubblici. Il sindacato non è stato capace, in sostanza, di interpretare l'evoluzione di una società che stava cambiando: l'avvento della società globale, a cui il sindacato e la sinistra sono sempre stati ostili, ha destrutturato gli schemi precostituiti che esso stesso ha sempre adottato per analizzare il mondo del lavoro.

Il sindacato e la sinistra comunista e postcomunista non sono stati capaci di capire che il mondo del lavoro stava maturando un cambiamento culturale profondo: esauritosi il ciclo del vecchio capitalismo sociale, della contrapposizione anacronistica «servo-padrone», il mondo globalizzato ha sotteso una nuova concezione del lavoro, dominato dal principio della flessibilità, un principio che ha capovolto la certezza del lavoro per tutta la vita e, con esso, quel vecchio «new deal» keynesiano per il quale lo Stato crea occupazione entro la quale si nasconde, il più delle volte, lavoro improduttivo. Un tipo di lavoro, quest'ultimo, che ha creato sacche di assistenzialismo anche laddove non ve n'era reale bisogno; il new deal keynesiano ha generato, qui in Italia, quel contropotere sindacale che ha dato vita, negli anni '60, alla contrattazione collettiva nazionale e al salario come variabile indipendente dal lavoro, di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze.

Ora i sindacati sono lo specchio di una società che non c'è più, che è svaporata: oggi non regge più il principio della redistribuzione del reddito indipendente dalla qualificazione del lavoro. Al contrario, lo sviluppo della nostra società dovrà fondarsi su una rivoluzione culturale del concetto di lavoro. Mentre per la concezione classista in passato a dominare era il principio ideologico, figlio anche delle lotte del'68, di un egualitarismo dei punti di arrivo, ora nel mondo del lavoro dovrà assolutamente essere posta la centralità della persona e il concetto di un «equa retribuzione», che sia legata, però, alle capacità, all'impegno e alla qualificazione professionale.

Con Silvio Berlusconi al governo e con l'uscita di scena della sinistra radicale sembra che si stia aprendo una nuova fase: una svolta che può mettere fine a quel freno enorme sull'economia di cui i sindacati sono stati spesso responsabili. La strada che il centrodestra vuole intraprendere, infatti, è quella di spostare il baricentro della contrattazione sui salari dal livello nazionale a quello territoriale e aziendale: secondo quanto riferito dall'ex sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi, infatti, «il salario giusto ed efficiente deve riflettere le diverse condizioni del costo della vita e della produttività del lavoro». Ecco, è proprio da politiche volte ad incentivare un lavoro direttamente legato alla produttività che il nostro Paese potrà avviarsi verso una nuova fase di valorizzazione di un tessuto economico che, malgrado i venti di crisi, ha tuttavia sempre dimostrato di saper sorreggere il nostro Paese.

! Aurora Franceschelli
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