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6 marzo 2008
 
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La lotta al terrorismo in Somalia

di Anna Bono - 3 maggio 2008

Nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio gli Stati Uniti hanno ucciso, bombardando la casa in cui si trovava, Aden Hashi Ayro, leader dell'ala più ortodossa e irriducibile dell'Unione delle Corti Islamiche, la coalizione antigovernativa somala legata al terrorismo islamico internazionale che nel 2006, conquistata Mogadiscio, si era impadronita di gran parte dei territori centrali e meridionali della Somalia minacciando le istituzioni politiche da poco rientrate in patria dal vicino Kenya.

Dopo la sconfitta in seguito all'intervento dell'Etiopia, sostenuta sul piano militare e diplomatico dagli Usa, molti combattenti delle Corti sono fuggiti, ma altri, come Ayro, si sono limitati a rifugiarsi in aree remote, non controllate dalle truppe governative e dai loro alleati etiopi, riorganizzandosi in formazioni armate che ora si fanno chiamare «shebab», giovani, e sono responsabili dei continui attentati che sconvolgono il paese e in particolare Mogadiscio. Le loro fila sono accresciute dall'afflusso di militanti provenienti dal Pakistan, dallo Yemen e da diversi Stati africani. Accusati dagli Stati Uniti di legami con Bin Laden, negano, ma a marzo un loro portavoce ha dichiarato all'emittente radiofonica britannica Bbc: «Siamo onorati di essere inclusi nella lista (delle organizzazioni terroristiche collegate ad al Qaeda, nda), siamo dei buoni musulmani e gli americani sono degli infedeli. Siamo dalla parte giusta».

Aden Ayro, uno dei tanti giovani rientrati in patria all'indomani dell'11 settembre dopo un soggiorno di formazione nei campi organizzati da al Qaeda nell'Afghanistan dei talebani, aveva conquistato onori e fama, e poi la leadership «shebab», guidando i miliziani che, come si ricorderà, all'inizio del 2005 avevano distrutto il cimitero italiano di Mogadiscio trasformandolo in un campo di addestramento per terroristi. Sotto la sua leadership, negli ultimi mesi gli «shebab» hanno intensificato gli attentati e le incursioni, estendendo il loro raggio d'azione dalla capitale al resto del paese e riuscendo a impadronirsi nuovamente di alcuni centri abitati tra cui Qansah-Dheere, a soli 100 chilometri da Baidoa, l'attuale sede del parlamento, dove lo scorso fine settimana hanno messo a segno un attentato. Il 26 aprile erano entrati per alcune ore, e per la terza volta in un mese, persino a Johwar, il capoluogo del Medio Shabelle a 90 chilometri dalla capitale.

La reazione degli alleati del governo somalo non si è fatta attendere. La morte di Ayro segue di pochi giorni un altro successo nella lotta al terrorismo. Il 19 aprile le truppe etiopi hanno infatti espugnato la moschea di Al Idayha, sede della setta Al Tabliq, uno dei centri fondamentalisti della capitale, uccidendo l'imam e numerosi fedeli che in quel momento si trovavano al suo interno. Sono seguiti giorni di scontri violenti tra truppe governative e terroristi durante i quali sono morte un centinaio di persone.

Mentre Etiopia e Stati Uniti operano sul campo, altre forze si muovono a livello internazionale. In risposta alle reiterate richieste del presidente somalo Yusuf Ahmed, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha invitato il Consiglio di Sicurezza a prendere in considerazione l'eventualità di inviare una consistente missione di peacekeeping (27.000 Caschi Blu e 1.500 agenti di polizia) in sostituzione dell'Amisom, la missione organizzata nel 2007 dall'Unione Africana e rivelatasi finora del tutto inadeguata. Anche la Gran Bretagna si è allineata a Ban Ki-moon, proponendo al Consiglio una bozza di risoluzione in cui si sollecitano tempestive iniziative affinché si assicurino le condizioni per lo svolgimento del referendum costituzionale, previsto per il prossimo anno, e delle successive elezioni politiche, così come è stabilito dagli accordi di pace firmati nel 2004 nella capitale kenyana, Nairobi. Si sa, tuttavia, che i tempi delle Nazioni Unite sono quelli lunghi della diplomazia internazionale e della burocrazia, mentre, sia sotto il profilo della sicurezza dell'intera regione sia sotto quello umanitario, la situazione è ormai insostenibile.

! Anna Bono
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