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6 marzo 2008
 
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Birmania: una catastrofe immane. Ma il referendum fa solo mezza marcia indietro

di Lillo Maiolino - 6 maggio 2008

Prepotenti sino alla fine, solo davanti all'evidenza di una catastrofe che non riuscivano più a censurare davanti all'opinione pubblica internazionale, i generali del regime birmano hanno deciso di posticipare il referendum che converte in legge la nuova costituzione in vista delle elezioni promesse per il 2010, dal 10 al 24 maggio. Il cambio di data, però, è una mezza marcia indietro. La consultazione, infatti, secondo la Reuters che controlla fuori dalla nazione la tv birmana, slitterà solo a Rangoon, la principale città del Paese ed ex capitale, e nel delta dell'Irrawaddy, le due regioni più colpite dal ciclone, mentre nel resto della nazione ci si dovrà recare regolarmente alle urne sabato 10.

Intanto il Myanmar fa la conta delle vittime e della devastazione provocata dal passaggio di «Nargis». Un bilancio di ora in ora sempre più drammatico: 15.000 i morti e 30.000 i dispersi. A fornire questi ultimi dati è il capo della diplomazia della Thailandia Noppadol Pattama, mentre sul numero dei morti la stima arriva sempre da fonti televisive locali. Cifre da mettere in ginocchio il già poverissimo stato asiatico, a tal punto che persino i generali al potere da 45 anni, e che hanno contribuito sempre più al totale isolazionismo della Birmania, adesso sono pronti ad accettare gli aiuti umanitari internazionali. Il portavoce del Programma alimentare mondiale (Wfp), Paul Risley, ha affermato che il governo locale ha deciso di accogliere gli aiuti mediante le Agenzie delle Nazioni Unite ed Elysabeth Byrs, portavoce dell'Ufficio dell'Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), ha detto che già si sta disponendo un piano per intervenire al meglio. La Commissione Europea ha stanziato 2 milioni di euro e anche Casa Bianca ha promesso aiuti che verranno controllati in modo che il regime birmano non possa «bypassarli» e usarli per altri scopi. Sembra totalmente accolto, quindi, l'appello di uno degli aspiranti candidati democratici alla presidenza degli Stati Uniti, Hilary Clinton, che dalle pagine del The Irawaddy - testata in inglese di approfondimento sulla Birmania e sul Sudest asiatico fondato da dissidenti birmani in esilio - auspicava di cuore un pronto intervento degli Usa e della comunità internazionale per aiutare le vittime di questo disastro, che già soffrono condizioni di miseria da troppi anni.

Tornando al referendum non si placano le polermiche con l'opposizione al governo dei generali, che denuncia come la consultazione è tutta una farsa e cerca solo di rafforzare ulteriormente il potere del regime. La giunta militare, infatti, da decenni si dimostra maestra nel confezionare finti negoziati, spesso con il veto di Cina e Russia, come nel caso della scampata risoluzione del Consiglio di Sicurezza, già nel gennaio del 2007.

La nuova costituzione è stata preparata da 54 esperti tutti rigorosamente selezionati dal regime. La carta, di 194 pagine, prevede 457 articoli e un notevole incremento delle forze armate in Parlamento, che godranno dell'assegnazione del 25 per cento dei seggi in entrambe le Camere e del diritto di veto sulle decisioni del consesso stesso. Inoltre la carta autorizza la presa del potere da parte dell'esercito in caso di emergenza; consente al presidente di trasferire per un anno tutti i poteri al Capo di Stato maggiore in situazioni di pericolo e non autorizza emendamenti al testo costituzionale senza il consenso di più del 75 per cento dei parlamentari.

Il regime in più ha ufficializzato quanto anticipato dall'«Associated Press» - che già a marzo ha ricevuto in anteprima una copia del testo - stabilendo l'ineleggibilità della leader Aung San Suu Kyi. Bisogna ricordare, inoltre, che nell'ex Birmania non esiste libertà politica ed è vietato ai partiti, alle organizzazioni sindacali, a qualsiasi gruppo della società civile di organizzarsi e coloro che criticano la nuova costituzione rischiano fino a 20 anni di carcere: e meno male che il testo rientra tra i sette «step» verso la democrazia previsti della «road map».

A condire tutto di pirandelliana «tragicommedia» l'atteggiamento che il governo sta tenendo nelle ultime settimane, anche al fine di arginare l'appello per il «No» alla carta, che l'opposizione ha lanciato ad aprile. Nei villaggi il voto dei poveri e degli analfabeti continua a essere estorto dai militari con le minacce; in città il meccanismo è più subdolo. Secondo fonti anonime, raccolte dall'agenzia di stampa Asianews, infatti, chi ha bisogno di un documento deve garantire il suo «sì» al referendum. In questi giorni se si va negli uffici pubblici a chiedere il rinnovo della patente di guida o la registrazione dell'auto, gli impiegati spiegano schiettamente che bisogna votare subito favorevolmente la costituzione se si vuole in cambio ottenere il certificato. A Yangon e Mandalay, addirittura, i funzionari del governo girano porta a porta millantando un'improbabile «esercitazione al referendum». In questo modo fanno scrivere «per prova» la «X» su «sì» alla gente e immediatamente dopo ritirano la scheda dicendo ai cittadini che non è più necessario andare a votare il 10 maggio e, a questo punto, il 24 maggio.

Lillo Maiolino

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