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numero 280
6 marzo 2008
 
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La crisi del Labour Party

di Daniele Martino - 6 maggio 2008

Il leader dei conservatori inglesi David Cameron ha ottenuto un grande successo nel suo primo testa a testa elettorale contro il premier Gordon Brown; il colpo di grazia alle speranze laburiste di contenere la sconfitta è venuto da Londra, dove il «barone rosso» Ken Livingstone ha dovuto cedere la poltrona di primo cittadino al conservatore Boris Johnson. Tutto questo nel giorno in cui Tony Blair si conferma nella top 100 della rivista Time sulle persone più influenti al mondo. I risultati del voto amministrativo in Inghilterra e Galles, proiettati su base percentuale, sono terrificanti per il labour party: i conservatori sono al 44%, i liberaldemocratici, attestandosi al 25%, sono il secondo partito, mentre i laburisti retrocedono al terzo posto, con il 24% dei consensi. A livello di seggi, la batosta per il partito di Gordon Brown è altrettanto sonante, con ben 163 poltrone perse negli Enti locali. A livello territoriale, l'Inghilterra risulta divisa in due; nel sud, e in particolare nel sud-est, i tories esercitano un predominio elettorale pressoché totale, mentre nel nord i laburisti hanno mantenuto i tradizionali feudi di Liverpool e Newcastle, ma hanno perso molti consensi in altre città storicamente labour, come Birmingham e Leeds.

Come avvenuto alle elezioni politiche di aprile in Italia, in molti hanno voltato le spalle alla sinistra, che non ha saputo intercettare le difficoltà quotidiane di quei settori della società più colpiti da immigrazione e globalizzazione. Ne è un esempio il fallimento della banca Northern Rock, molto radicata nell'Inghilterra settentrionale, che ha prodotto la chiusura di numerose imprese, provocando un credit crunch in moltissimi nuclei familiari. L'impotenza del governo Brown è venuta proprio lì a galla, in quanto la mancanza di legittimazione popolare del primo ministro ha pesato sui consensi nei confronti del partito laburista.

Gordon Brown non procederà ad un rimpasto immediato del suo esecutivo, seguendo l'idea che un cambiamento repentino della compagine governativa significherebbe che il premier è in preda al panico. In realtà, il vero problema del Partito laburista inglese è che esso, orfano di Tony Blair, si trova alla fine di un ciclo storico, avendo esaurito quelle fonti di idee ed energie, come il progetto della «cool Britannia» blairiana, che si sono rivelate appannaggio esclusivo dell'ex premier; ciò conferma il fatto che sono stati soprattutto il carisma e la personalità di Tony Blair a far ottenere grandi successi al partito laburista, e non l'idea che è stata la storia «secolare» del labour a permettere dodici anni di governo a Blair.

Anche nel Galles la disfatta dei laburisti è stata totale, così pesante da considerare la possibilità che il labour, per governare, dovrà allearsi con il partito nazionalista gallese del Plaid Cymru (in celtico, Partito del Galles). Il Partito laburista si è presentato a queste elezioni amministrative col maggior numero di consiglieri dal 1977, l'anno in cui il laburista James Callaghan sostituì il collega di partito Harold Wilson al 10 di Downing Street, inaugurando una fase di declino del labour culminata negli anni dei governi di Margaret Thatcher e John Major, che relegarono i laburisti all'opposizione dal 1979 al 1997. Da una situazione di grande maggioranza nei seggi, i laburisti sono passati al peggior risultato dal 1968 ad oggi, decretando una vera débâcle per il primo ministro Gordon Brown. In casa labour sono in molti a rimpiangere Tony Blair.

Daniele Martino

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