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numero 280
6 marzo 2008
 
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Un nuovo welfare per una nuova Italia

di Francesco Pasquali - 6 maggio 2008

Il prossimo governo Berlusconi dovrà costruire la nuova Italia. Ciò passa necessariamente da un nuovo welfare che riallinei le tutele, ponendo fine alle diverse ingiustizie anagrafiche che vanno dal salario al diritto alla pensione. Ideologia e demagogia devono essere espulse, sostituendo alla logica del conflitto quella della «complicità» virtuosa tra i diversi attori delle relazioni sociali. Imprenditore e lavoratore non devono essere letti in antitesi, ma in simbiosi. Il voto di aprile ha contemporaneamente fornito alla politica gli strumenti per cambiare il paese e tolto ogni tipo di alibi. Ora tocca alle parti sociali dimostrare di saper rappresentare al meglio le istanze che il mondo dell'impresa e del lavoro ha espresso in modo netto nelle urne. Confindustria e sindacati dovranno abbandonare l'approccio conflittuale valorizzando la collaborazione. Le dichiarazioni della neo presidente Marcegaglia fanno ben sperare.

Se da un lato la Cisl guidata da Bonanni sta dimostrando di essere un sindacato all'altezza dei tempi, dall'altro c'è una parte dell'ambiente sindacale che si ostina a frenare i processi di cambiamento. Mentre la Cgil è uscita sconfitta dalle urne, il resto del sindacato nel suo complesso sta perdendo terreno su diversi livelli: rappresentatività, forza contrattuale e gradimento tra l'opinione pubblica. Ciò rischia di rappresentare un reale freno a mano tirato qualora l'ostracismo sindacale si fondesse con le proteste di piazza che inevitabilmente la sinistra extraparlamentare metterà in campo. Il fatto che i lavoratori non abbiano rispettato le indicazioni di voto date da politici prestati al sindacato è indicativo di un vuoto di rappresentanza che dovrebbe spingere le confederazioni ad aprire una profonda ed ampia riflessione.

Per una nuova Italia, con le attuali regole della rappresentanza, serve un nuovo modo di intendere il sindacato e le giovani generazioni possono contribuire in modo significativo ad accompagnare questa rivoluzione culturale. L'ombrello dell'unità sindacale, enfatizzata quale migliore antidoto alle pressioni del «padrone», in questa particolare fase rischia di rappresentare la tomba del sindacato. Occorre quindi provocare degli stimoli interni al sindacato promuovendo delle forme di rappresentanza che diano voce a quanti, specie se giovani e con lavoro flessibile, pur non essendo iscritti, rischiano di subire una rappresentanza coatta. Per una cultura del sindacato servono nuove leve. Se ciò fosse accaduto negli anni precedenti, forse molti predicatori dell'odio sociale sarebbero disoccupati e sarebbe stata annientata quella retorica del precariato con la quale tuttora «campano» artisti, scrittori, comici e politici.

C'è un aspetto, infatti, che non deve sfuggire alla politica. La semplificazione del quadro politico rischia di non generare automaticamente una accelerazione del processo riformatore. Il cannibalismo politico che si è consumato a sinistra apre nuovi ed incerti scenari per la vita della nostra Repubblica. Di certo, con la sinistra radicale fuori dalle istituzioni nazionali il cammino delle riforme non sarà facile e occorre fare attenzione a non alimentare dei tentativi di destabilizzazione. Il contestuale isolamento della sinistra radicale e di una componente significativa del sindacato rischia di generare un cocktail socialmente esplosivo. La sinistra nella sua interezza deve mostrare un elevato livello di maturità politica-istituzionale. E il Pd dovrà giocare un ruolo chiave di intermediazione.

! Francesco Pasquali
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