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numero 280
6 marzo 2008
 
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Large o small, il Pd non trova la taglia giusta

di Gabriele Cazzulini - 6 maggio 2008

Non è finita qui. Il voto di aprile ha spinto la sinistra in un baratro dove non è ancora caduta fino in fondo. L'espulsione dal parlamento della sinistra radicale e la sconfitta del Partito Democratico non sono soltanto l'effetto del voto, ma diventano la causa di un nuovo problema: che cos'è la sinistra. Attualmente le alternative sono opposte: ricostituire l'Unione oppure mantenere l'attuale frattura. L'incertezza è altissima, perché l'urto della sconfitta ha scosso i sistemi di riferimento al punto tale che ora serve un baricentro per entrambi - vecchio o nuovo. In questi giorni di trambusto la discussione si è concentrata proprio sulla collocazione della sinistra rispetto al suo passato recente e al suo futuro incerto. Da una parte l'autorità che più è rimasta protetta dalla sconfitta, Massimo D'Alema, propone un riavvicinamento con gli ex compagni di maggioranza. Naturale la reazione dispiaciuta della leadership del Pd, con Veltroni e Fransceshini a difendere il nuovo soggetto politico da un'inversione di marcia. Contro il revisionismo dalemiano si schierano anche i cattolici dell'ex Margherita, per i quali il loft del Pd è un habitat di gran lunga più confortevole rispetto ai duelli all'ultimo voto con la sinistra radicale. Inoltre i teodem del Pd non intendono sbattere la porta in faccia ad un rapporto flessibile con l'Udc di Casini che, con una sparuta pattuglia parlamentare, si è perfettamente calato nei panni dell'alleato da tirare fuori quando serve.

Eppure la prosecuzione del Pd nel suo formato originale non sembra assicurata. La razionalità politica di D'Alema è abituata ad osservare la realtà in prospettiva e oggi la prospettiva non sorride più a Bertinotti. Questo è il momento migliore per fare la pace con una sinistra radicale in frantumi, orfana della leadership di Bertinotti e dell'egemonia sui lavoratori. E' soprattutto il momento per stabilire definitivamente quei rapporti di forza che la presenza parlamentare di Prc, Pdci e Verdi tentava di riequilibrare coi ricatti al governo Prodi. Inoltre le gravi divisioni nell'Arcobaleno scolorito consentono al Pd di fare campagna acquisti e irrobustirsi sul fragile lato sinistro. E' qui infatti che la logica dalemiana spiega le sue ragioni. Complice l'elezione anticipata e la pessima immagine pubblica del governo Prodi, il Pd ha fatto cilecca. Ma l'errore è stato quello di connotare subito il nuovo partito come macchina elettorale anziché rimpolpare la sua identità sociale e la sua piattaforma ideale. Pd uguale Veltroni uguale liberismo di sinistra. Troppi postulati fasulli, secondo D'Alema. Meglio costruire una grande casa per accogliere la sinistra, senza sfrattare i chiassosi compagni comunisti. Forse la socialdemocrazia è agli occhi di D'Alema la soluzione per dirigere la transizione della sinistra verso un esito più conosciuto, più condivisibile, più facilmente accettabile dalla base. Quel Pd veltroniano così amorfo è fantascienza per la cultura politica italiana, ancora in cerca della falce e del martello.

D'altronde il Pd di Veltroni e il Pd secondo D'Alema rispecchiano leadership divergenti: morbido, accondiscendente, tollerante Veltroni; determinato, rigido, silenzioso D'Alema. I progetti del ministro degli Esteri uscente guardano anche all'Europa, mentre Veltroni si limitava a sognare l'Africa. Fuori dai confini la destra vince e convince perché penetra nell'immaginario sociale laddove l'egemonia culturale della sinistra non fa più breccia. Allora l'antidoto per suonare la riscossa deve provenire da un maggior pragmatismo che però non dimentichi una collocazione nettamente a sinistra. Il modello del Labour di Blair è troppo fiacco per contrastare l'avanzata della destra che unisce la sicurezza e il welfare state, il federalismo e lo sviluppo economico. Allora ecco perché la sinistra radicale non va persa - secondo D'Alema. Ecco perché la socialdemocrazia sottoforma di Pd allargato a sinistra rappresenta la chance per contendere il governo della destra senza ripudiare l'identità della sinistra. Divisi si perde, come è successo oggi, mentre uniti si vince, come successe nel 2006.

Purtroppo anche il progetto di D'Alema si rivela estemporaneo perché ancora condizionato dalla fase di sbando post-elettorale. Il Pd con più rosso può esistere come coalizione elettorale, capace di vincere le elezioni ma non di governare. Il problema irrisolto di tutta la sinistra resta quello della governabilità. Tutti insieme si vince ma non si governa. Ma il Pd da solo non ha vinto. In mezzo c'è la sconfitta epocale di tutta la sinistra. Per ora la leadership veltroniana si scopre sorretta sul palmo dei teodem, pochi ma potenti. Il Pd resta governato da una minoranza sostenuta da una minoranza ancora più ridotta. Se il congresso sarà anticipato, basterà un alito di vento per soffiare via il potere dalle mani di Walter. Forse, sarà la bocca di Massimo a soffiare.

! Gabriele Cazzulini
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