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6 marzo 2008
 
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Cari cattolici...

di Andrea Camaiora - 9 maggio 2008

Complici la scomposizione delle alleanze e gli sbarramenti della legge elettorale, la presenza dei cattolici in Parlamento ha subìto una forte mutazione, tanto che l'editorialista cattolico del Manifesto, Filippo Gentiloni, ha scritto che «proprio la famosa dottrina sociale della Chiesa esce sconfitta dalle ultime elezioni». Questa analisi non è condivisibile. Semmai queste elezioni hanno visto richiamarsi direttamente e integralmente ai principi della dottrina sociale cristiana due raggruppamenti, quello berlusconiano (PdL e Lega) e quello casiniano (Udc e Rosa bianca), mentre un terzo (Pd e Italia dei Valori) ha riconosciuto per la prima volta, almeno nel suo programma, il principio della sussidiarietà.

A ciò va aggiunto, perché essenziale, che con queste elezioni Berlusconi rilancia, dopo decenni in cui era stato relegato in soffitta, il popolarismo di origine sturziana, ancorando le prospettive della casa comune dei moderati italiani al Ppe e consentendo il completamento della maturazione della destra italiana. Inoltre, al di là di una composizione del nuovo esecutivo a forte connotazione laica, i valori propri della tradizione cattolica sono di casa, non certo da oggi, nella coalizione governativa e in particolar modo nel PdL. È da rigettare la tesi ribadita nei giorni scorsi anche dal quotidiano Il Foglio secondo cui, nella precedente legislatura, i cattolici avevano più spazio: ciò, infatti, avveniva forse in termini di apparenza ma non certo di sostanza. Alla visibilità della componente cattolica, insomma, non corrispondevano i risultati.

Adesso poi a sinistra la situazione è persino peggiorata: gli ex popolari sono consistenti numericamente in Parlamento ma non corrisponde più loro una base elettorale. Con il prosciugamento dei voti della Sinistra radicale questi ex democristiani di sinistra si trovano in un Pd che nel corpo elettorale è interamente ad immagine e somiglianza del vecchio Pci. La sola cattolica che ha dato valore alla propria presenza parlamentare nel centro sinistra, Paola Binetti, è stata spostata da Senato a Camera per non infastidire e non creare imbarazzi non tanto agli ex pci, quanto agli ex democristiani silenti che non hanno politicamente e, peggio ancora, culturalmente, più nulla da dire.

Se dunque la tesi di Filippo Gentiloni è sbagliata, di vero c'è che con queste elezioni, per ricorrere a don Baget Bozzo, «è finito nella vergogna il tentativo di rifare la Dc». Dunque non è stato compreso da Casini, e tantomeno da Pezzotta, che il mondo è cambiato e che per rendersene conto sarebbe bastato osservare il percorso intrapreso da Benedetto XVI. L'incapacità di cogliere il cambiamento ha comportato la batosta elettorale dell'Udc e la sua irrilevanza politica e numerica in Parlamento e nel Paese. Ma per vedere che il mondo è cambiato basta leggere i dati delle ultime elezioni; se la Lega Nord, nella circoscrizione Veneto 1, raccoglie oltre il 28 per cento dei consensi (il PdL è al 27%), ciò vuol dire essenzialmente una cosa: l'elettorato cattolico (e non solo quello), assai consistente in quell'area, reputa più che affidabile il partito di Bossi rispetto alle altre forze in campo, PdL incluso.

Significa che in Lombardia e Veneto è necessario interrogarsi sugli errori compiuti. Tanto più se capita, come è accaduto, che capitoli la roccaforte della sinistra Dc, la Brescia bianca dei Martinazzoli, dei Bazoli e dei Corsini, e che la «Leonessa» si consegni al luogotenente formigoniano Adriano Paroli ma che, per contro, si perda, con la candidatura a sindaco di Lia Sartori, la ricca e importante Vicenza. Cosa vuol dire questo? Che non esistono più ipoteche o prelazioni sul voto dei cattolici. Essi votano secondo coscienza, privilegiando le forze e le personalità che tutelano e promuovono i valori in cui credono. Per questo il colpo a sorpresa di Livia Turco, emanare praticamente di nascosto nuove linee guida della legge 40 che stravolgono la legge stessa e tentano di aprire la strada ad una deriva eugenetica, qualifica il Pd come forza politica non soltanto inaffidabile ma anche ostile al pensiero cristiano della società. L'ormai ex ministro Turco, fiancheggiata dalla pattuglia dei soliti noti (Ignazio Marino, Silvio Viale, i radicali, Maura Cossutta...) ha con un colpo di spugna stravolto una legge votata dal Parlamento e confermata da un referendum popolare sulla base di un accanimento ideologico mostrato in tutta la legislatura appena conclusa. Sull'inopportunità e la gravità di questo gesto arrogante della Turco è stato chiarissimo Federico Geremicca in un editoriale pubblicato da La Stampa il primo maggio: «Noi non sappiamo con quale spirito e in ossequio a quali urgenze il vice ministro Visco e il ministro Turco abbiano voluto ieri (...) inasprire la cosiddetta fase di passaggio delle consegne (...) con un colpo di coda del quale non si sentiva affatto la mancanza e che ha seminato sconcerto e malumore».

Sembra proprio che la Vita, l'ultimo tema affrontato (a modo suo) dal governo uscente, sia destinato a divenire il primo tema di confronto della nuova legislatura. Su questo punto, soprattutto per i cattolici, non possono esservi dubbi: l'aborto rappresenta davvero il più grande scandalo, la più terribile vergogna del nostro tempo. I cristiani impegnati in politica devono battersi a difesa della vita umana e arruolare in questa battaglia anche tanti non credenti. Con il 15 aprile sono caduti gli alibi. Il tema, sollevato con coraggio e generosa ostinazione da Ferrara, deve essere raccolto. Ciò in primo luogo perché una società che ammetta l'aborto come regola non potrà mai legittimamente definirsi civile. Cari cattolici, visto che ci siete battete un colpo!

Andrea Camaiora

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