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Nuova ondata di nazionalizzazioni in Venezueladi Erik Marangoni - 9 maggio 2008 Lo insegnano tutti i libri di economia: quando uno Stato si immischia negli affari economici attraverso il sistema delle nazionalizzazioni, raramente ottiene risultati positivi per la collettività. Sprechi e inefficienze di ogni tipo caratterizzano un sistema nel quale un soggetto privo di capacità manageriali, lo Stato, decide di intervenire, per i più disparati motivi, in un settore dal quale farebbe meglio a tenersi alla larga. La storia dimostra anche che solo in rarissimi casi, e in presenza di circostanze eccezionali e temporalmente limitate, la nazionalizzazione può apportare dei benefici o essere in qualche modo utile per la società. Detto ciò, non sembra che i nuovi caudillos sudamericani siano particolarmente preoccupati delle ricadute economiche dei loro recenti interventi. Hugo Chavez, in particolare, il padre-padrone del Venezuela, dopo la sua rielezione, nel dicembre 2006, ha dato il via ad una prima ondata di nazionalizzazioni del settore energetico, di cui ha fatto le spese anche la nostra Eni, secondo lo slogan del «socialismo del XXI secolo». L'operazione, che nelle parole del suo ispiratore era finalizzata ad eliminare le ineguaglianze del sistema capitalistico, si è tradotta in realtà in un enorme esborso di denaro che solo parzialmente sarà coperto dai proventi derivanti dall'incremento del prezzo del petrolio. Secondo le stime più ottimistiche, nel corso della prima ondata di nazionalizzazioni il governo venezuelano ha sborsato oltre 4 miliardi di dollari per l'acquisizione di assets considerati strategici. Una somma pari a circa 3 punti del Pil. Per il 2008 Hugo Chavez sta programmando ulteriori interventi, confortato dal prezzo del barile, oramai stabilmente attestato ben sopra i 100 dollari. Dopo aver nazionalizzato diverse società casearie e alimentari (sembra che in un suo discorso il presidente venezuelano abbia sottolineato più volte la portata strategica dei prodotti surgelati), il governo venezuelano sta trattando l'acquisizione di alcune acciaierie e cementifici, ora nelle mani di compagnie straniere, con lo scopo di costituire società a capitale misto o esclusivamente statali per la gestione «socialistica» dell'economia. L'obiettivo è di arrivare ad un tipo di economia molto simile a quella instaurata dall'amico Fidel Castro a Cuba, fondata sullo sviluppo endogeno dell'industria e dell'agricoltura venezuelane, attraverso l'impulso a comunità di produzione sostenute dallo Stato ma, diversamente da Cuba, con la (limitata) partecipazione di privati investitori. In Venezuela i sostenitori del presidente Chavez sono certi che il modello economico bolivariano, ideato dall'ex ufficiale dei paracadutisti, garantirà sviluppo e abbondanza per tutti. Gli osservatori più esperti ritengono invece che i miliardi spesi per il processo di nazionalizzazione rappresentino solamente una piccola parte di quanto il governo dovrà sborsare per coprire i costi di una gestione inefficiente, che avrà effetti disastrosi sul livello di benessere del popolo venezuelano.
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Ragionpolitica, periodico on line n.262 del 29/4/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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