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L'Iran rifiuta il nuovo piano dei «cinque più uno»

di Alexandra Javarone - 9 maggio 2008

«Teheran non intende indietreggiare, porterà a termine il proprio programma. Negli ultimi anni la Repubblica islamica è stata sottoposta a dure pressioni internazionali, ma non si è mai piegata». Si tratta della secca replica indirizzata alle cancellerie occidentali dalla Guida Suprema iraniana, l'ayatollah Khamenei. Un avvertimento diretto è stato poi indirizzato al Regno Unito, forse reo forse d'aver ospitato l'ultimo summit, venerdì scorso, dei «cinque membri permanenti più uno». Il ministro degli Affari Esteri iraniano, Manouchehr Mottaki, ha ammonito la Gran Bretagna: «Non oltrepassate la linea rossa che demarca la politica di fronda occidentale». Era stato infatti lo stesso ministro degli Esteri britannico, David Miliband, ad annunciare, al termine della riunione tenutasi a Londra, l'attualizzazione di un programma di incentivi da rivolgere alla Repubblica islamica «al fine di incoraggiare l'interruzione dei progetti nucleari» e le velleità atomiche.

Stando all'accordo raggiunto da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Cina, Russia e Germania, a Teheran sarà proposto un pacchetto di aiuti a patto che rinunci all'arricchimento di uranio impoverito. I particolari dell'accordo non sono ancora del tutto noti, ma secondo quanto specificato dal russo Lavrov, il piano di incentivi sarà vincolato all'effettivo congelamento del programma nucleare: «La nostra prima condizione è la sospensione dell'arricchimento. L'intento dei sei è quello di ottenere la sospensione durante il periodo dei negoziati». A seguito delle ripetute violazioni iraniane delle risoluzioni adottate dall'Onu, il gruppo dei cinque più uno, da tempo impegnato nelle discussioni, ha dunque optato per il dialogo, prediligendo la via dell'incentivo-sanzione (una formula sofisticata per richiamare il principio del «bastone e della carota»), certo, infine, di poter sciogliere il dogmatico diniego persiano. Teheran, che aveva già ignorato ben quattro diverse risoluzioni, rifiutando il dialogo nonostante i moniti e le offerte (nel 2006), a fronte dell'apertura mostrata dalla comunità internazionale ribadisce il proprio «diritto naturale a sviluppare il programma atomico», quasi certa della propria forza di futura potenza nucleare.

Ebbene, il dialogo, con una classe politica interprete colpevole di un'immobile ed al tempo stesso indiscutibile principio di imperio rivoluzionario, è di fatto impraticabile. Non avrà dunque alcuna conseguenza sulle politiche iraniane, secondo l'opinione degli analisti, «l'attualizzazione» degli incentivi, come pure non avranno effetto le sanzioni cosiddette «leggere». La gestione del presidente Ahmadinejad, che pure era salito al potere garantendo redistribuzione del reddito, stato sociale ed abbattimento dell'inflazione, ha ridotto la Grande Persia allo stremo delle forze: sull'Iran pesano come macigni povertà, disoccupazione ed insoddisfazione, il più delle volte sedata dal sangue. La crisi interna attraversa l'intero suolo della logora Repubblica islamica e le manifestazioni di protesta si susseguono senza tregua nonostante la repressione. Oppressione, morti ed arresti sono oggi l'amara memoria dell'inganno rivoluzionario del 1979, un mezzo per reprimere e sopire l'instabilità interna che il regime sfoga oltre confine per mezzo di pericolose ingerenze nelle zone a rischio di conflitto oppure, ancora, attraverso mortali (ed alle volte goffi) avvertimenti.

«La crisi economica farà cadere gli Usa e la sua stessa dignità di superpotenza», ha affermato di recente Ahmadinejad, facendo un chiaro riferimento alla vicenda dei mutui statunitensi. Tale crisi «finirà per travolgere la superpotenza americana. Nessun economista o politico potrà salvare l'economia Usa dall'abisso. La stessa crisi - ha tuonato il presidente iraniano - investirà l'Asia e l'Europa, ma, con l'aiuto di Dio, per noi i problemi saranno minimi». Eppure in Persia la crisi economico-energetica ha già eroso il fragile consenso interno. Tanto che perfino Danesh Jafari, l'ex ministro delle Finanze rimosso dallo stesso presidente iraniano, ha accusato Ahmadinejad d'aver causato direttamente la crisi attraverso una politica economica scellerata: «L'inflazione è il risultato delle politiche del governo».

Alexandra Javarone

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