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La Cina fra inflazione e crisi alimentare

di Cristoforo Zervos - 9 maggio 2008

La crisi del credito in America prosegue. Forse non si può ancora parlare di recessione, ma è indubbio che la flessione incomincia a farsi sentire. Nonostante questo la crisi, almeno per il momento, non sembra intaccare regioni come l'Asia e l'Europa. Il nostro Paese, ad esempio, nel mese di marzo ha fatto registrare un leggero rimbalzo sull'onda tedesca che ormai sta rivedendo le «vacche grasse» dopo un periodo di appannamento. Sintomi strani che si contraddicono con quello che ormai da mesi sentiamo dai nostri media, cioè di un coinvolgimento mondiale, rispetto alla crisi economica statunitense. La realtà e che forse la «recessione» Usa non provocherà un vero e proprio tracollo finanziario ma solamente un rallentamento (più lungo del solito), ma tale però da non provocare tremende ripercussioni sui mercati oltre atlantico. Per questo in Europa il freno economico inizierà a vedersi (forse) solo fra tre/sei mesi, e nonostante una economia da «svernare», il vecchio continente sta ritrovando sempre più stabilità segnando un buon recupero nei primi mesi dell'anno. Questo improvviso, quanto atteso, risveglio dell'economia europea trae origine dall'export che, nell'ultimo periodo, si è ripreso a fronte invece di una domanda interna sempre più scadente.

La mini ripresa però, molto probabilmente, subirà un nuovo e brusco blocco (per via della crisi dei subprime) nei mesi estivi per poi continuare, ma in maniera più moderata, entro fine anno. Solo nel 2009 invece le prospettive di una ripresa più consistente sono destinate a rafforzarsi (come ha anche annunciato la Fed).

Il vero problema quindi non risiede realmente nella crisi dei subprime e del credito, ma nella ventata di inflazione che sta attraversando parecchie nazioni oltre ad una crisi alimentare asiatica senza precedenti. L'America e l'Europa, bene o male, nonostante l'aumento dei prezzi delle utilities e dei generi di prima necessità, stanno calmierando le criticità, perché ormai avvezze a «trattare» con le flessioni economiche. Diversamente invece l'estremo oriente, ed in particolare la Cina, preoccupano. L'inflazione cinese ha toccato il 35-40% per i prodotti di maggior consumo, dal riso alla carne di maiale. Ed è per questo che un possibile crollo dei mercati asiatici potrebbe risultare il vero problema che l'economia mondiale dovrà affrontare in futuro. L'Asia infatti sta facendo i conti con una delle crisi alimentari più grosse degli ultimi quarant'anni. Basti pensare che la Cina sta preferendo convertire le proprie risorse monetarie in riso piuttosto che in oro nero. L'inflazione infatti si sta mangiando tutto lo sviluppo asiatico e cinese in particolare, travolgendo persino paesi in salute come la Thailandia. Ecco perché il governo sta decidendo di puntare sul riso come moneta di scambio. A Bangkok per esempio la benzina è razionata e nei negozi i cereali sono venduti in quantità limitate visto la scarsità di approvvigionamenti. Nonostante questo i guadagni nell'export continuano, e la Cina sta continuando a spostare i propri investimenti sul settore cereali.

Tutta la partita come al solito si gioca in borsa, soprattutto a Chicago, dove i future sul prezzo del riso salgono a ritmo vertiginoso. I cereali aumentano sempre di più, il greggio aumenta ed il dollaro scende rispetto ad un euro sempre più forte. Tutto questo, neanche a dirlo, piace molto alla Cina che, con la propria valuta debole fa affari d'oro a scapito però dei molti paesi in via di sviluppo. Al World food programme hanno avvertito che cento milioni di persone in Asia stanno rischiando la fame. Nella Filippine, in Egitto ed in Pakistan la gente scende nelle piazze e gli scontri sono all'ordine del giorno. L'inflazione e la farina, come oggetto di speculazione, stanno mettendo incosciamente in ginocchio una regione che ha grosse potenzialità, ma che ancora fatica a capire un capitalismo arrivato forse troppo in fretta. Per questo la crisi del credito statunitense sta diventando sempre di più uno «specchietto per le allodole» rispetto ad altri problemi che potrebbero investire i mercati mondiali in maniera inaspettata.

Cristoforo Zervos

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