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6 marzo 2008
 
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Quirinale, ultima meta della transizione

di Gabriele Cazzulini - 9 maggio 2008

Il futuro della politica italiana è stato deciso nelle stanze del Quirinale. Quando il vincitore delle elezioni ha incontrato il capo dello Stato per ricevere l'incarico di formare il governo, due visioni opposte del potere sono state l'una di fronte all'altra. Anche la simbologia della politica aiuta a visualizzare questa situazione: Berlusconi, espressione del principio maggioritario, ascende al Colle da cui il presidente della Repubblica domina la politica. Da una parte c'è il principio della democrazia maggioritaria incarnato da Berlusconi. Vince chi ha la maggioranza dei voti e chi ha la maggioranza dei voti va al governo. La maggioranza è il termine medio tra l'elettorato e le istituzioni. Dall'altra c'è il vertice di un sistema di poteri che produce interferenze con la democrazia maggioritaria.

In Italia i rapporti tra Stato e democrazia sono complessi. Il presidente della Repubblica non è soltanto un arbitro passivo, bensì il centro intorno al quale gravitano poteri, istituzioni e interessi oltre la logica democratica. E' conclusione naturale che il terreno di scontro in quest'apertura di legislatura porti direttamente alla Costituzione, lo scrigno che custodisce il primato costituzionale del capo dello Stato. Ecco perché questa storica elezione di aprile non può dissimulare la sua necessaria ambizione ad espugnare il Quirinale per coinvolgerlo nel processo di trasformazione strutturale della politica.

A questo punto la meta finale della lunga transizione italiana è davanti agli occhi: una Repubblica incentrata sul primato del primo ministro e sul suo collegamento ad una solida maggioranza parlamentare, che si confronta con un'opposizione unica - e non solo unita. Per tradurre questa immagine della mente in una fotografia della realtà, non resta che completare la transizione con l'ultima operazione, quella più impegnativa: trasformare il presidente della Repubblica nel garante supremo della democrazia. Ecco perché occorre riformare la Carta costituzionale per accentuare la funzione di garanzia del Quirinale e conferire al primo ministro i poteri di cui ha bisogno un primo ministro scelto dagli elettori e leader del suo partito di maggioranza. Il premier deve diventare il baricentro del sistema democratico. Altrimenti le scintille tra Quirinale e Palazzo Chigi continueranno a cadere sul dibattito politico, con il giuramento dei ministri nelle mani del capo dello Stato anziché in quelle del premier, con le crisi di governo risolte al Quirinale anziché a Palazzo Chigi, con il parlamento sciolto per volere del capo dello Stato e non del premier.

L'anomalia da rimuovere è un presidente della Repubblica dal quale dipende la vita del parlamento e soprattutto del governo ma senza appartenere alla dialettica democratica. Delle due l'una: un presidente attivo perché eletto dal popolo o un presidente come quello attuale che però non possa intervenire in modo così profondo. Il potere di sorveglianza sul rispetto della Costituzione è degenerato in un potere di interdizione e intervento che si attiva ogni volta che la democrazia s'inceppa. Ora che il parlamento è governato dalla maggioranza e dall'opposizione di due grandi partiti, viene meno la ragion d'essere dell'attivismo politico del Quirinale. E' realisticamente difficile che oggi Napolitano ponga i bastoni tra le ruote ad un Berlusconi mai così in auge. Però quella spia d'allarme lampeggia di nuovo.

Gli addetti stampa del Quirinale hanno faticato non poco a raddrizzare le esternazioni di Napolitano a proposito della Fiera del Libro di Torino e delle accuse ad Israele. Poi il probabile recupero dei progetti di riforma costituzionale partoriti nella passata legislatura di centrodestra accolti tiepidamente al Colle. Infine la collocazione nel nuovo governo di alcune figure il cui stile esuberante contrasta con i toni ovattati del Quirinale. Tutto ciò dimostra sia l'esistenza di una linea politico-istituzionale del Quirinale, sia la sua parziale divergenza rispetto alla linea del governo - sicuramente in misura maggiore rispetto al governo di sinistra, che però era anche molto più dipendente dal soccorso del Colle.

Quando in una democrazia il presidente della Repubblica è una carica che può tracciare una linea distinta da quella del primo ministro, si accende la spia d'allarme che segnala lo scollamento tra democrazia e Stato. Purtroppo questa spia è rimasta troppo a lungo accesa e troppo a lungo inosservata. E' anche vero che l'esito scontato di queste consultazioni ne ha depotenziato il valore politico, costringendo il Quirinale a tradurre la volontà della democrazia nella volontà dello Stato. Come nel 1948, l'Italia dell'aprile di sessant'anni più tardi ha votato per una vera democrazia, senza la scorta dei Corazzieri.

! Gabriele Cazzulini
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