|
|||||||
|
|
Free Palestine contro il Salone del Libro di Torinodi Anna Bono - 10 maggio 2008 Si intitolava «Le democrazie occidentali e la pulizia etnica della Palestina» il seminario internazionale svoltosi a Torino il 5 e 6 maggio per iniziativa dell'ISM Italia, International Solidarity Movement: un'iniziativa anti israeliana come tante, alla quale hanno partecipato poche decine di persone e di cui non avrebbe parlato nessuno se non avesse avuto la pretesa di essere un evento scientifico e se non fosse stata ospitata dalla Facoltà di Scienze Politiche dell'ateneo torinese. «È un seminario di studio, il cui carattere scientifico è stato riconosciuto sia dal Rettore Magnifico che dal Preside della Facoltà che ha concesso l'uso dell'aula», si legge nei documenti contenuti nella cartellina fornita ai partecipanti. In effetti il Rettore Ezio Pelizzetti si è espresso davvero in quei termini: «La presenza dei nostri docenti - ha replicato alle proteste dell'Associazione Italia-Israele - assicura correttezza al dibattito. L'Università è un luogo di confronto e di discussione. Non ci saranno momenti di intolleranza o di odio anti-israeliano». Però di scientifico non si è sentito molto, per non dire nulla, nella sala lauree offerta dall'ateneo e la presenza di docenti torinesi è stata quasi irrilevante sia tra i relatori che tra il pubblico. In compenso non ci sono stati momenti di intolleranza vera e propria (non c'era nessuno fisicamente presente con cui prendersela), ma, se è per questo, neanche di confronto, mancando del tutto la voce di Israele: «Ci mancherebbe che invitassimo razzisti immorali come Benny Morris o Yehoshua, il profeta del muro», hanno spiegato per giustificare l'assenza di un contraddittorio gli organizzatori del seminario. Tuttavia non è vero che nell'Università di Torino non si diano espressioni di intolleranza e di odio anti-israeliano. Basta entrare nella sede delle Facoltà umanistiche, familiarmente chiamata «Palazzo Nuovo», per rendersene conto. Nel frastuono di una musica appropriata al clima creato dal comitato Free Palestine, bancarelle con materiale illustrativo, manifesti, slogan scritti a grandi lettere, servizi fotografici appesi ovunque occupano tre quarti del vasto atrio: il tutto per denunciare la «mattanza» messa in atto da Israele e per sollecitare il boicottaggio della Fiera del Libro che quest'anno lo ha scelto come ospite d'onore in occasione del 60 anniversario della sua nascita. La documentazione raccolta da Free Palestine serve a dimostrare che piuttosto la ricorrenza da celebrare sono i 60 della Nakba, che vuol dire «catastrofe, disastro, naufragio», ovvero i 60 di pulizia etnica iniziati il 15 maggio 1948, all'indomani cioè della costituzione dello stato di Israele. Tornando al seminario in questione, proprio della Nakba si è parlato e del boicottaggio del Salone del Libro («non c'è nessuna ragione per celebrare "!i 60 anni di Israele"!») ed è superfluo descrivere i toni e gli argomenti impiegati perché sono stati i soliti della propaganda anti israeliana e anti occidentale: basti dire che per due giorni i relatori si sono avvicendati ad illustrare modalità ed effetti della «catastrofe», concordi nell'accusare Israele di crimini contro l'umanità commessi con la complicità dell'Occidente di cui Israele è considerato l'avamposto in Medio Oriente. I docenti - Angelo d'Orsi, Tariq Ramadan, Diana Carminati - hanno insistito, motivandolo, sull'uso dei termini «genocidio», «pulizia etnica», «olocausto», «apartheid», «tortura». Al contrario, beninteso non per attenuare le colpe di Israele, ma per evitare sterili polemiche, il giornalista Giorgio Frankel ha proposto, invece di apartheid, l'acronimo MIOR, «Metodi Israeliani di Occupazione e Repressione», «quelli stessi insegnati agli Stati Uniti che li praticano in Iraq», e il termine «Transfer», invece di «pulizia etnica», a indicare il metodo dell'espulsione forzata, complementare allo sterminio, adottato a partire dal 1948 dagli israeliani per svuotare dei non ebrei il territorio fino a quel momento multietnico da loro occupato. Trattandosi di docenti universitari e di persone comunque di cultura e familiarità con le discipline scientifiche, resta da spiegare come possano parlare di «60 di pulizia etnica», o qualunque sia il termine alternativo che preferiscono usare, quando, per loro stessa affermazione, i palestinesi, che erano soltanto poche centinaia di migliaia nel 1948, oggi sono diventati 10 milioni, per tre quarti profughi in attesa di tornare a casa e per un quarto costretti nell'angusto spazio di Gaza e Cisgiordania. Ma forse la dichiarazione più sorprendente è stata quella peraltro applauditissima della professoressa nonché «donna in nero» Diana Carminati che la mattina del 6 maggio, in un intervento intitolato «Le verità scomode di A. De Soto, J. Dugard, D. Rose e J. Wolfensohn», ha rivelato che Israele non ha la minima intenzione di pace, prova ne sia che pone delle condizioni assolutamente assurde e inaccettabili per realizzarla, come, ad esempio, il riconoscimento della propria esistenza da parte delle autorità palestinesi.
|
Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail IN QUESTO NUMERO
|
|||||
|
Ragionpolitica, periodico on line n.262 del 29/4/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
|||||||