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L'instabilità del Caucaso

di Erik Marangoni - 10 maggio 2008

Il Caucaso è diventato, negli ultimi tempi, una regione particolarmente instabile dal punto di vista politico. Le cause sono da ricercarsi principalmente nel rinnovato dinamismo della Russia in politica estera, nei confronti di un'area che un tempo era il fiore all'occhiello dell'impero sovietico, dove gli oligarchi di Mosca amavano trascorrere le vacanze estive, piacevolmente inebriati dal famoso vino georgiano. Tale dinamismo, supportato dagli oltre 100 dollari al barile di petrolio che garantiscono a Mosca un'importante margine di manovra, si è scontrato con i progetti di espansione a est dell'Alleanza Atlantica, fortemente voluti da Washington anche in opposizione agli alleati europei, timorosi dell'impatto che tale scontro potrà avere sulle forniture energetiche. Il Caucaso, infatti, è un'area fortemente strategica in quanto sede di importanti condutture per il trasporto di gas e petrolio verso l'Europa, resa più vulnerabile anche dall'assenza di una politica energetica comune.

Come ha messo in evidenza Daniele Martino nel suo recente articolo La crisi tra Russia e Georgia, lo scontro tra Mosca e Tbilisi in merito alle due Repubbliche separatiste Ossezia del sud e Abkhazia ha raggiunto livelli preoccupanti, specialmente per le ripercussioni che una prolungata crisi potrebbe avere sui fragili equilibri dell'intera area. Nonostante le rassicurazioni di Mosca, infatti, il governo russo ha recentemente deciso di incrementare le relazioni commerciali con le due Repubbliche separatiste, mentre la Camera alta del parlamento russo sta da giorni discutendo l'approvazione di un documento di riconoscimento dell'indipendenza, oltre che delle due Repubbliche, anche della Transnistria, regione separatista attualmente sotto la sovranità della Moldavia. Il capo del Comitato parlamentare degli Affari della Comunità di Stati Indipendenti, il russo Vadim Gustov, ha salomonicamente affermato che l'approvazione del documento da parte del parlamento russo non corrisponde necessariamente al riconoscimento dell'indipendenza delle tre Repubbliche, ma certamente è un passo in avanti importante in questa direzione.

Lo scontro in atto tra Russia e Georgia minaccia di avere effetti imprevedibili anche sugli altri fronti «caldi» dell'area del Caucaso, e non solo. Le due Repubbliche russe di Inguscezia e Cecenia mal tollerano il gioco russo e premono per una maggiore autonomia da Mosca, come preludio ad una vera e propria indipendenza, mentre l'Azerbaigian si trova sempre alle prese con il problema del Nagorno-Karabakh, regione abitata in prevalenza da armeni e curdi, su cui da tempo oramai vi è uno scontro acceso con Yerevan. La stessa Georgia, oltre ad affrontare il minacciato distacco di Ossezia del sud e Abkhazia, deve fare fronte alla reviviscenza dei movimenti autonomisti dell'Agiaria, regione situata sulle rive del Mar Nero, al confine con la Turchia, che in passato ospitava una base militare russa nei pressi dell'importante porto petrolifero di Batum. I rapporti diplomatici tra Georgia e Armenia, inoltre, hanno subito un brusco peggioramento a seguito delle richieste autonomistiche avanzate dalle minoranze armene nella regione di Javakheti in Georgia, mentre non vanno dimenticate le mai sopite aspirazioni nazionali del popolo curdo, presente anche in diverse regioni del Caucaso.

Il Caucaso si presenta quindi come un esteso coacervo di Stati e nazioni, in cui molto raramente i confini statali corrispondono alle linee di demarcazione etnica e in cui la Russia ha trovato terreno fertile per far rivivere le sue aspirazioni di grande potenza. Probabilmente inebriati da queste aspirazioni, i policy-makers russi sembra stiano mettendo a punto una singolare proposta di risoluzione dei conflitti in Georgia e Moldavia. Secondo la suddetta proposta, al posto dell'indipendenza vera e propria, Abkhazia, Ossezia del sud e Transnistria entrerebbero in una sorta di joint-state con lo Stato nazionale, in questo caso la Georgia e la Moldavia. Nello Stato bi-nazionale cosi costituito ciascun gruppo etnico manterrebbe la piena autonomia decisionale su determinate tematiche come le forze armate, la politica economica e monetaria, la difesa, mentre sul piano della politica estera sarebbe prevista l'adozione di decisioni concordate. È evidente a tutti l'impraticabilità di una soluzione che equipara un'organizzazione complessa come lo Stato ad una società commerciale, come se la coabitazione tra diversi gruppi etnici potesse essere ridotta ad una sorta di joint-venture, con profitti, perdite e dividendi per gli azionisti.

In realtà il Caucaso rappresenta oggi una vasta area strategicamente rilevante, su cui la Russia sta cercando di estendere parte dell'influenza perduta dei tempi d'oro dell'Urss, forte dell'arma energetica e di un'indubbia influenza su numerosi gruppi etnici locali. Lungi dal rappresentare un elemento di equilibrio, Mosca sta contribuendo a destabilizzare l'unità politica degli Stati sorti dopo la fine dell'impero sovietico, ciò che potrebbe avere effetti imprevedibili anche a causa del sempre maggiore coinvolgimento dell'Occidente.

! Erik Marangoni
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