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Le radici che non gelano

di Andrea Camaiora - 10 maggio 2008

Per il grande scrittore contemporaneo J.R.R. Tolkien «le radici profonde non gelano». Quanto si adatta questa citazione alla realtà politica affermatasi a seguito del voto del 13 e 14 aprile! Dopo la riscoperta, da parte di Silvio Berlusconi, del concetto di popolo e l'adesione del Popolo della Libertà ai principi ispiratori del Partito Popolare europeo, infatti, si fa sempre più intenso il legame della nuova casa dei moderati e dei riformisti italiani con il Partito Popolare lanciato da don Sturzo nel 1919. L'iniziativa del sacerdote calatino fu di tale portata che il grande storico Federico Chabod la definì «l'avvenimento più notevole della storia italiana del XX secolo». Non fu però, naturalmente, qualcosa di improvviso.

Il popolarismo sturziano affondava le sue radici in una corrente di pensiero, ispirata alla dottrina sociale della Chiesa, che si sviluppava all'inizio del XIX secolo in tutta Europa tagliando fuori l'Italia. I francesi Felicitè-Robert de Lammennais, Antoine-Fredéric Ozanam, Philippe Buchez e il tedesco Wilhelm Emmanuel Freiherr von Ketteler ne furono i massimi esponenti. Il francese Buchez, in particolare, fondò e diresse nel 1848 la Revue Nationale, che si presentava con il sottotitolo «Organe de la democratie chrétienne». L'Italia fu presto permeata dal pensiero politico di Buchez e degli altri. Rosmini, Gioberti, Tommaseo, Manzoni e Toniolo lo fecero proprio, interpretandolo e arricchendolo. Sturzo, dunque, quando si decise, sulla spinta delle sollecitazioni della Rerum Novarum, a «scendere in campo», aveva già alle spalle una produzione culturale di rilievo.

Ma Sturzo, come molti cattolici del suo tempo, non intendeva soltanto ragionare. Era anzi fortemente motivato a fare. E a fare bene. Il 27 settembre 1896, a Caltagirone, disse che solo l'impegno e l'onestà dei cattolici potevano risolvere la crisi sociale superata dai socialisti e dai liberali (nella loro accezione risorgimentale massonica). Il desiderio di fare bene di Sturzo diede vita ad associazioni cooperativistiche di ogni tipo a favore di contadini, operai e artigiani. Cioè del popolo escluso dalla partecipazione alla vita politica. L'attività sociale di Sturzo offriva così a costoro la possibilità non soltanto di confrontarsi (e di abituarsi così al dibattito democratico), ma anche di far giungere all'esterno eventuali proposte e proteste. E' dall'impegno in campo sociale che ha origine l'impegno amministrativo di don Sturzo, prima come pro-sindaco di Caltagirone e poi come consigliere provinciale. L'aspirazione popolare della politica sturziana non poteva che riflettersi in un campo dell'attività politica che consentiva e consente tuttora di mantenere un rapporto immediato e concreto con le persone.

Quando, sotto il pontificato di Benedetto XV, fonda il Partito Popolare italiano, Sturzo lo caratterizza immediatamente come partito aconfessionale, dunque laico, centrista e interclassista. Sulla denominazione del partito, al congresso di Bologna (14-16 giugno 1919) vi fu un'ampia discussione e forte si levò la richiesta di un richiamo esplicito all'identità cristiana cattolica. Don Sturzo, però, fu irremovibile e diede prova di straordinaria modernità. Per Sturzo, infatti, «è superfluo dire perchè non ci siamo chiamati partito cattolico: i due termini sono antitetici; il cattolicesimo è religione, è universalità; il partito è politica, è divisione. Fin dall'inizio abbiamo escluso che la nostra insegna politica fosse la religione e abbiamo voluto metterci sul terreno specifico di un partito che ha per oggetto diretto la vita pubblica della nazione».

Concludendo sempre con le parole di Sturzo, che aveva avuto modo di confrontarsi con socialisti e liberali dalla natura assai differente da quella cui siamo noi oggi abituati, «il popolarismo sorgeva in nome della libertà contro due monopoli, quello dello Stato accentratore per tradizione liberale; quello marxista dei socialisti nel campo operaio. Il popolarismo voleva riprendere in mano le due forze, dello Stato e del Popolo in nome di una libertà uguale per tutti, senza monopoli politici ed economici, con il largo respiro delle autonomie locali e con una struttura nazionale vivificata dalla solidarietà operaia nella collaborazione delle classi». Sono quindi radici profonde e robuste quelle che alimentano il Popolo della Libertà.

Andrea Camaiora

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