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La Serbia al votodi Alexandra Javarone - 10 maggio 2008 Domani, 11 maggio, la Serbia sarà chiamata alle urne. Le elezioni politiche, anticipate a causa della caduta delle logore alleanze di governo, implose in seguito all'affermazione dell'indipendenza kosovara, forse offriranno al popolo serbo l'occasione di una svolta europea. Un momento storico, secondo studiosi e politici, nel quale i cittadini avranno facoltà di esprimersi, decretando se aprire le porte all'Unione ed ai vantaggi economici che da essa potrebbero discendere o se far richiamo, invece, al più pericoloso sentimento nazionalista, optando per un ruolo d'emarginazione europea. La scelta dei serbi determinerà il futuro orientamento della politica internazionale di Belgrado e, con esso, i futuri equilibri di tutta Europa. Trascorsi pochi giorni dalla firma dell'Accordo di associazione e stabilizzazione, esauritisi i fasti dell'entusiasmo pro-europeo, l'aria nella Città Bianca torna adesso a farsi grave. Riemergono i dubbi e le perplessità: un desolante sentimento pervade gli animi di un popolo vittima dell'instabile eredità balcanica, lascito di una pacificazione sommaria. La malagestione internazionale e l'incuria dell'Ue hanno, infine, condannato alla strumentalizzazione una questione profondamente vitale per la futura stabilità europea, aprendo la via al «recente passato» dell'odio xenofobo. La retorica europeista ed il triste bottino di guerra della propaganda nazionalista hanno pervaso l'intera campagna elettorale, riducendo a nulla i nodi centrali della politica interna serba. Disoccupazione, involuzione democratica, stato sociale e criminalità organizzata, quasi solo fossero un fantasma, non hanno trovato parte nella contesa pre-elettorale. I moderati del presidente Boris Tadic scommettono sull'Asa (l'Accorso di associazione e stabilizzazione firmato lo scorso 29 aprile), che, con ogni evidenza, potrebbe garantire a Tadic circa 5 punti percentuali in più rispetto allo schieramento di Kostunica. Gli analisti, interpellati dai quotidiani serbi, ritengono di poter affermare con certezza che «l'accordo stretto con Bruxelles potrebbe dimostrarsi alla stregua di un fattore decisivo perché capace di garantire il futuro progresso economico e la pace». Ma non è dello stesso avviso lo schieramento opposto, che accusa il presidente di «alto tradimento» e di «attentato contro lo Stato». La firma dell'Accordo Asa, seppur apposta in cirillico, rappresenta di fatto, secondo la componente nazionalistica, una sorta di occulta accettazione della secessione kosovara. Di fatto, stando alla lettera dell'articolo 135 dell'Accordo, l'intesa economica non prevede la regione a maggioranza albanese. Quest'ultimo particolare ha, in effetti, offerto un nuovo spunto (invero di gran presa sugli animi serbi) alle polemiche euro-scettiche dei «patrioti serbi», volte a «salvaguardare l'unità nazionale» in nome di un pericoloso orgoglio ultra-serbo. Ebbene, come rilevato dal quotidiano Politika, è possibile che l'Asa si dimostri presto inadeguato a sedare le preoccupazioni della popolazione, la quale «difficilmente dimenticherà gli abusi internazionali» solo in virtù della remota speranza «di rinascita economico-diplomatica». I sondaggi mostrano una sostanziale parità fra i due schieramenti: il Partito Democratico serbo (Ds), a capo della coalizione formata da G17 plus e Rinnovamento serbo (Spo), ha il sostegno del 35% della popolazione, mentre l'Srs appare lievemente in testa con il 36%. I radicali potrebbero, inoltre, voler dar vita ad una sorta di coalizione di governo assieme a Kostunica e Ilic. Ma, in ogni caso, come rilevato sempre dal quotidiano Politika, è ragionevole ritenere che per la formazione del nuovo esecutivo possa esser necessaria una compartecipazione dei due diversi attori, «questione che non garantirà governabilità senza il compromesso». Riaffiorano, allora, odio ed intolleranza sopiti, ma pur sempre latenti, che si ricompongono, richiamati dall'incuria internazionale e dalla scarsa responsabilità dei politici serbo-patriottici. La questione serba e quella kosovara sono oggi al centro di una più complessa competizione politica e strategico-energetica tra Russia e Stati Uniti, ma comunque profondamente europea. Il sentimento pro-europeo e, con esso, l'adesione, potrebbero certo garantire una qualche stabilità. Tuttavia, nonostante i risultati elettorali, lasciare insoluto il problema kosovaro potrebbe presto scatenare l'ira nazionalista. Alexandra Javarone |
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Ragionpolitica, periodico on line n.262 del 29/4/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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