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Dieci anni di eurodi Giovanni Vagnone - 10 maggio 2008 E' un buon momento per fare il punto della situazione sulla moneta unica europea. Ormai da noi la vecchia lira è un ricordo lontano, e da dieci anni l'euro si è imposto come protagonista internazionale, nonostante attacchi politici in paesi nei quali esso viene usato e soprattutto nonostante un peso insufficiente a livello mondiale. Per questo motivo da Bruxelles arriva il suggerimento, ai 16 Stati della zona euro, di accordarsi per un singolo seggio nelle istituzioni finanziarie internazionali. Il commissario agli Affari economici e monetari, Joaquin Almunia, mercoledì 7 maggio (nel mese in cui la moneta unica venne lanciata nel 1998, per entrare poi in vigore dal 1° gennaio 1999) ha relazionato di fronte al parlamento europeo, definendo l'euro un «ineguagliabile successo politico ed economico». Nella stessa seduta è stato approvato l'ingresso della Slovacchia nell'area euro (a partire dal gennaio 2009). I concreti benefici dell'euro sono stati riassunti dall'esecutivo dell'Unione Europea in un report che sottolinea prevalentemente «il sostenimento della stabilità dei prezzi», un calo dei tassi di interesse dal 9 al 5%, migliori politiche fiscali e la creazione di 16 milioni di posti di lavoro in meno di dieci anni. Tuttavia è da rimarcare come la crescita economica si sia attestata in media attorno al 2% annuo da quando è stato introdotto l'euro, ovvero più o meno la stessa percentuale del decennio precedente. Sempre nello stesso documento si fa riferimento al fatto che tale «debolezza» nella crescita sia da imputare ai paesi in cui le riforme strutturali nel campo della produzione e del mercato del lavoro si sono fatte attendere. L'euro ha in effetti tolto ai governi uno strumento che in passato era stato importantissimo e utilizzatissimo: lo scudo che la moneta interna costituiva nei confronti degli sconvolgimenti finanziari, con la possibilità di decidere autonomamente tassi di inflazione e di riduzione del costo del denaro, che per altro davano un'alternativa alle riforme sostanziali necessarie. Un paradosso che può essere risolto, secondo i vertici Ue, solo rafforzando il coordinamento tra le riforme strutturali interne all'area euro: in questo senso la stessa Commissione si attribuirà più poteri per incrementare la sorveglianza sulle capacità e sull'efficienza delle riforme nazionali. Il tema investe l'attualmente ancora zoppicante Trattato di Lisbona, che dovrebbe entrare in vigore l'anno prossimo se ratificato in tutti e 27 gli Stati membri dell'Unione: tale trattato prevede, per la Commissione, la possibilità di inviare «diretti avvertimenti» ai paesi che sembreranno fallire il compito di riformare i propri sistemi, senza bisogno di previa autorizzazione da parte del blocco dei ministri dell'Economia. Questo per quanto riguarda l'aspetto interno all'eurozona. Almunia sottolinea, tuttavia, anche la necessità di un maggiore coordinamento a livello di immagine esterna, nei confronti del resto del mondo. Per questo viene auspicata come «assolutamente necessaria» una «unica e singola presenza» nelle istituzioni internazionali economiche e finanziarie, quali il Fondo Monetario Internazionale ed il G7. Attualmente sono ancora i singoli Stati, più che la zona euro, ad essere rappresentati. Le prospettive concrete di un simile progetto - un unico portavoce per diversi soggetti internazionali - sono tuttavia molto aleatorie e proiettate verso il medio-lungo termine. Non è ancora politicamente possibile un passo di questo tipo, ma è un viatico per non essere un «nano politico e contemporaneamente un gigante economico».
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Ragionpolitica, periodico on line n.262 del 29/4/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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