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Libano in fiamme

di Daniele Martino - 10 maggio 2008

Mentre il bilancio degli scontri di giovedì a Beirut sale ad almeno 11 vittime, la situazione in Libano è sempre più incandescente; in particolare, è la capitale del paese dei cedri ad essere il teatro di battaglia tra le milizie sciite di Hezbollah e le forze governative anti-siriane e filo-occidentali. La parte occidentale della città di Beirut è sotto il totale controllo di Hezbollah, che si è assicurata il possesso dei più popolosi quartieri sunniti e di parte di quelli abitati dai cristiano-maroniti e dai drusi. L'offensiva delle milizie al comando dello sceicco Hassan Nasrallah si è concentrata anche sui mezzi di comunicazione; sono state oscurate le radio e la televisione di proprietà di Saad Hariri, il leader filo-occidentale figlio del primo ministro Rafiq Hariri, ucciso nel febbraio 2005. Il colpo di mano di Hezbollah gode dell'appoggio politico del partito sciita Amal e di Michel Aoun, il maronita capo del Movimento Patriottico Libero, che ha dichiarato come «per il Libano questi sono giorni di vittoria»; la stabilità e la sopravvivenza stessa dell'esecutivo filo-occidentale guidato da Fouad Siniora è di ora in ora sempre più precaria, in quanto l'esercito regolare si sta dimostrando in difficoltà di fronte alla forza d'urto delle milizie di Hezbollah.

L'attuale situazione in Libano presenta due fortissimi rischi a livello internazionale: la sicurezza delle truppe Onu dislocate nel sud dello Stato e l'ulteriore avanzata del fondamentalismo islamico in Medioriente. Il contingente Unifil, al comando del generale italiano Claudio Graziano, corre il rischio di dover fronteggiare una pesantissima situazione di guerra civile gravato da caveat che lo riducono, di fatto, ad un'impotenza pressoché totale. Per questo occorre perfezionare al più presto le regole d'ingaggio, al fine di assicurare un'azione concreta di difesa preventiva della popolazione civile e di controllo attivo delle attività di Hezbollah; solo così la missione delle Nazioni Unite può portare a risultati significativi che non siano solo il mantenimento del precario status quo nel sud del Libano, in modo da garantire efficacemente sia la sicurezza di Israele che la stabilità del resto del paese dei cedri; cosa che non sta avvenendo affatto poiché, mentre a sud la situazione è tranquilla, a Beirut Hezbollah sta spadroneggiando.

Il secondo fronte di tensione internazionale è dato dalla tenaglia fondamentalista che sta circondando Israele e che rischia di minare ulteriormente un contesto geopolitico già di per sé instabile; l'offensiva di Hezbollah a Beirut ricorda da vicino la cacciata di Al-Fatah e Abu Mazen da Gaza, ormai da mesi in mano agli estremisti sunniti di Hamas. Il rischio concreto, per Israele, è di confinare con due territori apertamente ostili; difatti, da quando Hamas si è impadronita della Striscia di Gaza sono aumentati in maniera esponenziale i lanci di razzi Qassam verso Israele e la tensione ai valichi di frontiera è sempre altissima, vista la paura di possibili infiltrazioni di kamikaze in territorio israeliano. Una maggiore influenza di Hezbollah in Libano rischia di ampliare il contingente militare di Gerusalemme a difesa del confine settentrionale; per Israele, questa è un'eventualità molto impegnativa, che apre il campo ad una situazione di semi-emergenza miliare con forti ripercussioni anche sull'economia, come già avvenuto durante il conflitto israelo-libanese dell'estate 2006, a causa della chiamata in leva di molti riservisti con una propria occupazione al di fuori dell'esercito. Dopo i colloqui positivi sotto mediazione turca tra Siria e Israele, si è aperto un nuovo fronte di emergenza in Libano; in Medioriente la tensione è sempre troppo alta.

Daniele Martino

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