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Birmania. La doppia tragedia

di Stefano Magni - 13 maggio 2008

Una catastrofe naturale è una tragedia. Se per sfortuna capita in una dittatura, diventa una doppia tragedia. L'ultimo caso non sfugge alla regola: in Birmania il regime militare socialista sta moltiplicando il numero delle vittime del ciclone Nargis, abbattutosi sul paese 10 giorni fa. In primo luogo, è mancata completamente la prevenzione della catastrofe. La forza e la direzione della tempesta erano state previste con largo anticipo. L'India aveva avvertito la Giunta birmana 48 ore prima che il ciclone si abbattesse sul paese. Ma le autorità militari non hanno diffuso l'allarme e non hanno predisposto alcun piano di emergenza. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: 34.000 morti secondo le stime delle autorità birmane, quasi il doppio secondo le agenzie internazionali che si stanno occupando del caso. I senza tetto sono circa 1 milione in un paese completamente devastato: oltre 5.000 km quadrati del delta del fiume Irrawaddy sono ancora sott'acqua, alta fino a sei metri. L'ex capitale Rangoon (ora Yangon) è senza acqua, luce e cibo. La produzione di riso è azzerata. Alla fine della settimana scorsa sono stati segnalati i primi casi di colera, con il rischio di scoppio di un'epidemia.

Ma qui subentra la seconda tragedia: la non collaborazione della Giunta militare. Ieri il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, si è detto «immensamente frustrato» per la lenta risposta delle autorità locali al ciclone. Gli aiuti che hanno raggiunto la popolazione potrebbero essere «non più di un decimo» di quanto è necessario. Inoltre il segretario dell'Onu lamenta il fatto di non essere ancora riuscito a parlare con il capo della Giunta militare, Than Shwe. Ora siamo «a un punto critico - secondo Ban Ki-moon -. A meno che altri aiuti non raggiungano il paese molto rapidamente, rischiamo un diffondersi di malattie infettive. Chiedo quindi nei termini più forti al governo di Myanmar di mettere la vita della popolazione al primo posto». Tuttavia pare proprio che il criterio seguito dalla giunta socialista birmana sia quello di mettere al primo posto la sua dottrina dell'autosufficienza, dell'indipendenza dalle potenze straniere, anche quando queste potrebbero essere di aiuto. Le autorità, infatti, hanno impiegato più di due giorni prima di accettare aiuti internazionali. Poi, una volta approvati, hanno iniziato a creare problemi sulla concessione dei visti ai cooperanti delle organizzazioni internazionali. Se l'Unicef dichiara di non aver avuto mai problemi nel flusso e nella distribuzione del materiale, gli Stati Uniti sono stati fermati per una settimana intera. Solo ieri, infatti, è stato raggiunto un accordo per la spedizione a Yangon di un primo carico di aiuti umanitari: sarà l'esercito a prenderli in consegna e a distribuirli nelle aree.

L'esercito birmano ha voluto conservare il completo monopolio nella gestione della crisi. Come la stia gestendo, non è dato saperlo. E quelle poche testimonianze che emergono non sono affatto confortanti. Il sito Mizzima News rivela che a Myaungmya, vicino alla città devastata di Laputta, il regime ha trasformato sei scuole in altrettanti centri di accoglienza, ciascuno con circa 600 profughi. I centri sono gestiti come se fossero carceri: nessuno può entrare o uscire, nemmeno per cercare familiari dispersi. Le liste dei profughi accolti sono segrete e possono essere consultate unicamente dietro permesso delle autorità locali. Sono vietati contatti personali con i rifugiati: eventuali doni devono essere lasciati alla direzione del centro e solo da questo redistribuiti. Gli incontri personali tra i profughi e gli esterni sono rigidamente disciplinati e devono avvenire in luoghi separati dalle strutture. Anche in questo caso vige la discriminazione religiosa: mentre gli abitanti dei villaggi circostanti sono obbligati a fare «donazioni», i templi buddisti e le chiese cristiane sono stati scoraggiati dal prestare il loro aiuto. Quanto alle Ong e alle organizzazioni private, viene loro imposto di cedere ai militari la metà di ogni sacco di riso trasportato. Come quando si trattava di infangare la reputazione dei dissidenti, nel corso delle ribellioni dello scorso settembre, i militari dicono a tutti che le vittime del ciclone sono «impazzite e violente» e per questo non devono essere avvicinate.

! Stefano Magni
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