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Finalmente, presidente!di Gianni Baget Bozzo - tratto da Il Giornale del 10 maggio 2008 Il presidente della Repubblica ha sorpreso tutti. È il primo degli inquilini del Quirinale che ha dimostrato di capire come è cambiata la realtà politica italiana. La nostra Costituzione è una Costituzione monarchica, ha dato al capo dello Stato i due poteri autonomi con cui i Savoia hanno limitato la democrazia italiana: lo scioglimento delle Camere e la nomina del presidente del Consiglio. Così Vittorio Emanuele III scelse nel 1915 di entrare in guerra contro l'Austria e nel '22 di nominare Benito Mussolini presidente del Consiglio: contro la chiara maggioranza giolittiana in ambedue le occasioni. Per questo il Quirinale è diventato gradualmente il centro della politica italiana e lo è stato con Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi. Si è posto contro la maggioranza popolare, agendo per disgregare il governo o per limitarne l'iniziativa. Scalfaro è l'anima nera della Dc. Nessun capo dello Stato aveva agito come lui fece contro la maggioranza di Berlusconi nel '94 per disgregarla. Aveva fatto del Quirinale una sede del suo partito, la sinistra democristiana alleata con i postcomunisti. E tutto questo per dire «non ci sto» e per non essere travolto dalla marea nera che spazzava via tutta la Dc, non protetta dal Quirinale. Carlo Azeglio Ciampi fu un presidente solo apparentemente imparziale. In realtà era fedele alla maggioranza di centrosinistra, di cui aveva guidato la politica economica e finanziaria, ben deciso di essere non il garante, ma il custode del governo. Salvò la forma rispetto a Scalfaro, ma non la sostanza. Del resto in gioventù era stato membro del Partito d'Azione, il più settario dei partiti del Cln. Napolitano è il meglio e, proprio perché è stato comunista, ha il senso del popolo e della realtà e capisce la politica. È il primo che ha inteso come le stesse consultazioni al Quirinale dopo una vittoria così netta fossero un retaggio del sistema monarchico dei Savoia, che supponeva un passaggio tra le elezioni e l'incarico, che era competenza propria del sovrano. Napolitano ha perciò deciso di ridurre a mera formalità le consultazioni e di unire il conferimento dell'incarico a Berlusconi con la presentazione della lista dei ministri da parte del presidente del Consiglio. È il primo presidente della Repubblica che ha capito il cambio della politica e ha scelto di usare i suoi poteri limitandoli, evitando ogni riferimento al passato monarchico del Quirinale conservato nella nostra prassi istituzionale. L'essere stato un comunista critico, ma rispettoso del popolo che votava il Pci e delle istituzioni, ne ha fatto un uomo diverso da coloro che venivano da altre esperienze. Forse nessun atto come quello della rapida consultazione del presidente ha fatto capire che un postcomunista di vaglia, per di più di cultura socialdemocratica, può essere la vera figura di garanzia delle istituzioni. Il governo Berlusconi sa che al Quirinale vi è un presidente della Repubblica che ha il sentimento di come è cambiata la politica e non si trova di fronte né alla faziosità di Scalfaro né al formalismo di Ciampi. Napolitano non ha l'ambizione di Ciampi di unire attorno a sé e alla moglie il sentimento della nazione come se egli fosse un re e la moglie una regina. Ciampi è stato un classico presidente che, per quanto azionista, si muoveva nel solco della monarchia adattandovi la Repubblica. Con Napolitano entriamo finalmente in una Repubblica repubblicana. È in questa prospettiva che il presidente ha dato parola alla sensibilità comune del paese, ricordando il grande impegno della democrazia italiana contro lo stragismo e il terrorismo, e lo ha fatto alla luce di due avvenimenti, i fatti di Verona e quelli di Torino, che hanno ancora mostrato un'ideologia di violenza nella società italiana. Napolitano ha dato il valore della propria testimonianza istituzionale e personale ricordando che i terroristi non hanno diritto a presentare la loro conversione e la loro storia come un fatto di democrazia o un principio di libertà. E nella cultura italiana l'idea che la violenza sia una forma in qualche modo lecita è diffusa. Il secolo scorso ha segnato pagine di guerra civile e i frutti avvelenati sono ancora nell'aria. Ma il capo dello Stato ha dato parola a quello che è, oltre le differenze storiche, il consenso comune di tutta la nazione.
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Ragionpolitica, periodico on line n.263 del 13/5/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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