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Stato in gabbia

di Alexandra Javarone - 13 maggio 2008

Domenica lo scontro tra il partito di Dio e la maggioranza al governo sembrava essere stato smorzato: nelle strade di Beirut la calma era tornata a regnare fragile ed apparente. Al calar della sera, però, i posti di blocco, eretti fra detriti e cadaveri, sono tornati ad esser teatro di duri scontri. La lotta, ripresa in prima battuta a Tripoli, si è estesa fino alla Capitale, ove le principali linee di comunicazione risultano ancora interrotte (in direzione dell'aeroporto e della zona portuale). Dopo i diversi tentativi, messi in atto dal governo per ristabilire la pace, anche attraverso la mediazione, i miliziani sono insorti mettendo mano alle armi nascoste durante la notte. Lo scontro ha visto contrapporsi militari drusi (sostenitori del Partito socialista Psp del leader Jumblatt) a miliziani sciiti a circa 20 km dalla zona a Sud-Est di Beirut.

L'esercito pattuglia le strade, ma rifiuta, il più delle volte, d'opporsi direttamente all'avanzata dei fratelli sciiti del Partito di Allah, deciso a «non smantellare il network privato di Hezbollah». Ne ha dato notizia lo stesso premier Fuad Siniora che, in diretta televisiva, ha dichiarato: «Ho chiesto che l'esercito facesse fronte ai suoi doveri nazionali, senza esitazioni o ritardi, cosa che invece non ha ancora fatto. Ho nuovamente chiesto a questo di imporre la sicurezza in tutte le regioni del Paese e di costringere gli uomini armati a lasciare le strade e rimuovere il sit-in. Non possiamo accettare che Hezbollah imponga la sua guerra allo Stato ed alla popolazione libanese».

Hezbollah, colpito nell'intimo della propria robusta struttura organizzativa, ha accolto alla stregua di una vera e propria dichiarazione di guerra la coraggiosa scelta del Premier Siniora, volta ad arginare l'influenza siro-iraniana attraverso l'inibizione del complesso impianto di comunicazioni che fonde le destabilizzanti mire persiane all'etere rete libanese. Ma il Partito di Dio non intende perdere questa battaglia e replica alle richieste di governo: «Rimuoveremo la presenza armata dalla strade e consegneremo la città all'esercito - aveva affermato sabato -. Non rinunceremo, invece, alla disobbedienza civile, non fino a quando verranno accolte le nostre richieste». Ebbene, Hezbollah, uscito rafforzato dall'ultima guerra contro Israele, grazie anche alla «protezione obbligata» garantita dalle truppe d'interposizione multilaterale, possiede oggi il potere di lasciare in bilico un intero Stato non più sovrano o capace por rimedio alla paralisi politica od alla guerra civile.

Da anni il partito sciita ha condotto un'intensa e penetrante politica mediatica e sociale: ha penetrato le coscienze della popolazione garantendo una discreta politica d'alloggi, costruendo ospedali ed assicurando perfino l'istruzione. Mentre attraverso la propaganda televisiva, baluardo delle guerre moderne, ha portato a compimento l'opera, lasciando mano libera alla demagogia dello «Stato nello Stato».

Domenica Siniora ha chiesto a suo esecutivo di osservare un minuto di silenzio «in ricordo dei caduti per mano dei golpisti». «Avevamo pensato - ha dichiarato - il pericolo provenisse da Israele, ma il nostro Stato è finito sotto il pugno di chi sa solo attuare un colpo di Stato, l'egemonia. Che cosa sta facendo Hezbollah nelle strade? Il problema è che monopolizza lo Stato e decide quando deve esserci guerra e quando deve esserci pace. Chiunque lo contraddica è considerato alla stregua di un traditore». Non è allora Israele il vero nemico del Paese dei Cedri: il pericolo è invece molto più vicino e ben più pericoloso perché amato ed armato.

La condanna, scandita dal Premier libanese, ha il sapore di un alto atto simbolico che attraverso la diretta televisiva tende forse a voler delegittimare il popolare movimento sciita, fin troppo rispettato dalla massa libanese. La guerra civile, deflagrata a causa di un provvedimento «sgradito al movimento di Hezbollah, pone, però, in grave luce la missione Unifil Plus, osannata e malforme creatura di una gestione internazionale irresponsabile. Rea d'aver, infine, segnato l'ennesimo fallimento della voluta ambiguità multilaterale, condanna oggi la così chiamata forza «d'interposizione» a restare in balia del golpe armato.

Alexandra Javarone

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