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numero 280
6 marzo 2008
 
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Per ricostruire la storia dell'Italia repubblicana occorre una rottura col passato

di Salvatore Sechi - 16 maggio 2008

Temo che per fare luce sui principali delitti della storia repubblicana la Commissione di storici e giuristi proposta prima da Giovanni Pellegrino e ora, sul Corriere delle Sera, dal giudice Guido Salvini, non verrà mai a capo di nulla. In primo luogo, i componenti di tale Commissione saranno sempre proposti da partiti (o da dirigenti di partito) che esigono fedeltà alle loro tesi storiografiche e ai teoremi giudiziari. Per rendersi conto del regime vincolistico che lega partiti e consulenti delle Commissioni parlamentari, basterà citare un episodio. Mi pare emblematico per capire come funziona, in Itaia, il regime dei partiti, anche a bassa intensità. Un membro della Commissione sul dossier Mitrokhin, commentando il fatto che mi ero preso la libertà, in un dichiarazione all'Ansa, di esprimere un'opinione diversa da quella del presidente, senatore Paolo Guzzanti (che mi aveva scelto come consulente), mi confessò: «Non posso fare altrettanto. Io sono stato nominato dal centrosinistra. Mi è stato fatto esplicito divieto di far acquisire all'archivio della Commissione qualunque documento che possa contraddire la tesi del centrosinistra, per cui nei grandi delitti non c'entra il Kgb, ma solo la Cia e il Mossad».

Il secondo motivo è il seguente: anche gli storici, quando, in veste di consulenti, vanno negli archivi del ministero dell'Interno, della Difesa, degli Esteri, dei Servizi, si accontentano di quanto passa loro il convento. Accolgono, cioè, i faldoni, i dossier, le cartelline che vengono loro imbanditi su un tavolo d'occasione come se li avessero selezionati personalmente. In realtà sono destinatari di un lavoro di perlustrazione e di scelta che hanno espletato altri, cioè i funzionari o i bibliotecari di questi Enti pubblici. Non si conoscono i criteri (politici, storiografici, ecc...) con cui hanno lavorato nel selezionare il materiale fornito agli studiosi e che questi trasmetteranno, quando li ritengano significativi, ai presidenti e agli archivi delle Commissioni parlamentari. In presenza di un'affidabilità che ha ben poco di scientifico, la conoscenza dei fatti delittuosi della nostra storia più recente non cresce. Si finisce per girare intorno alle stesse difficoltà, anche perché è impossibile l'acquisizione di nuovi documenti e la consultazione di altre fonti. Per questa ragione, in un saggio che ho pubblicato su Nuova Storia Contemporanea, ho chiamato «imposture» le relazioni delle Commissioni parlamentari.

C' è poi una ragione anche più corposa, che accenno nella speranza che i neo-ministri Maroni e La Russa siano più sensibili alle ragioni degli studiosi di quanto non lo furono i loro predecessori Amato e Parisi. Ecco di che cosa si tratta. Noi storici siamo condannati a lavorare sulle carte meno affidabili, anzi più vulnerabili da parte del potere politico. Mi riferisco agli archivi, riservati e no, della Polizia. Senza gli «scarti» del ministero dell'Interno (che in misura minima li versa all'Archivio Centrale dello Stato) e quelli delle questure (che dovrebbero, dico dovrebbero, versare agli archivi provinciali), nessuno studioso di storia contemporanea può affrontare lo studio della politica italiana dopo l'unificazione nazionale. Per rendersi conto della situazione in cui siamo condannati a operare, basta riflettere sulla seguente circostanza: salvo qualche eccezione, non possiamo consultare le carte dei Carabinieri. Eppure, fin dalla formazione dell'Arma, e certamente dal 1814, essi svolgono compiti di prevenzione, di repressione, di polizia giudiziaria e anche di intelligence. Non solo a livello dei capoluoghi di provincia (in cui opera la Polizia), ma di ogni centro abitato, qualunque sia la dimensione, del territorio nazionale dove esiste una stazione dei Carabinieri.

Quindi agli studiosi è sottratta la documentazione più antica, ricca e analitica. Questa tenace, semplicemente ingiustificabile, indisponibilità del Comando generale dei Carabinieri a mettere a disposizione dei ricercatori il loro enorme, per quanto depauperato, archivio impedisce di compiere un'operazione fondamentale per gli storici: cioè esercitare una comparazione incrociata tra le fonti (in questo caso della Polizia, dei Carabinieri e dei tribunali, per non parlare di quella dell'intelligence) sullo stesso episodio o sugli stessi personaggi. Faccio solo due esempi. Si può accogliere come esaustiva e probante l'informazione sull'esistenza e la durata della struttura para-militare del Pci che nel tempo ha distillato il ministero dell'Interno, senza fare una verifica su quanto hanno, sullo stesso argomento, accertato i Carabinieri, le tre armi (cioè il ministero della Difesa), i magistrati e i servizi? Come si possono misurare le dimensioni e la continuità nel tempo dello spionaggio sulla tecnologia militare-industriale effettuato dai servizi segreti sovietici ed euro-orientali sulle nostre imprese pubbliche e private, se non di dispone dell'archivio del colonnello Renzo Rocca (sequestrato dal Sifar), dei controlli della Benemerita e della Guardia di Finanza come dei suoi interlocutori al Viminale e a Palazzo Baracchini?

Di qui il carattere poco affidabile e per nulla esaltante di gran parte della storiografia sull'età contemporanea, che si pasce quasi esclusivamente di biada offerta dai corpi di polizia. Invece di un'ennesima Commissione, ci sarebbe bisogno di una legge che finalmente integrasse quella più recente liberalizzando l'accesso diretto degli studiosi al numero più ampio possibile di fonti, disponendone il versamento agli archivi dello Stato.

Salvatore Sechi

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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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