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numero 280
6 marzo 2008
 
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Un disegno di lungo periodo

di Gabriele Cazzulini - 16 maggio 2008

Il discorso programmatico di Berlusconi disegna una complessa architettura politica. E' un disegno che viene abbozzato con i profondi cambiamenti delle elezioni, ma trova la sua visione più compiuta soltanto in un orizzonte più avanzato. Oltre a riscuotere un apprezzamento generale, l'impostazione conciliante del discorso programmatico potrebbe scuotere le coscienze più abituate ad un Berlusconi battagliero, dai toni sferzanti e ancorato ai problemi dell'attualità. Invece no. Berlusconi ha sostituito il suo tradizionale dizionario con un lessico che si intona ai canoni istituzionali. Però continua ad intercettare il sentire popolare nella coscienza della crisi e del conseguente bisogno di unità nazionale per ritornare a crescere. Berlusconi si rivolge alle istituzioni perché senza le istituzioni qualunque governo è travolto dalle faide per il potere. Allo stesso tempo Berlusconi continua a parlare alle piazze perché il suo carisma e il suo partito sono fondati sul «popolo».

Questi sono i prodromi di una nuova partenza che intende arrivare oltre una singola legislatura. Il disegno berlusconiano inizia a mostrarsi come il progetto di un nuovo ciclo politico - innovazione politica sconosciuta in Italia. Un ciclo politico è costituito almeno da due legislature consecutive sotto la guida dello stesso premier, che rappresentano una fase di stacco dal passato perché introducono cambiamenti così profondi in ogni ambito da imprimersi nella storia e non poter essere più cambiati. Vedi Thatcher e poi Blair, vedi Reagan e poi Clinton, ma vedi anche Putin. Non è solo questione di nomi famosi. E' anche la realtà della crisi che richiede una prospettiva più ampia. Non si tratta più di una fase costituente che nel gergo politichese vuole significare un diritto illimitato di parola a fronte di un sostanziale immobilismo. Facciamo l'assemblea costituente, discutiamo senza tregua di modello tedesco, francese e spagnolo mentre il paese reale affonda. L'alibi della fase costituente per continuare a non fare niente è ormai decaduto.

C'è un nuovo governo più forte, c'è una maggioranza rocciosa e c'è un parlamento sfrondato dagli estremisti. Ma una sola legislatura non basta a far ripartire la macchina statale, a rilanciare il sistema economico, a ridare fiducia agli italiani nelle molteplici sfere della loro vita. C'è il tempo per reagire alle crisi in atto, per correre ai ripari, ma questo non dev'essere un governo d'emergenza. Una visione di questa ampiezza non è mai stata progettata. Palazzo Chigi con inquilini fragili, Montecitorio prepotente, ma anche conflittuale e instabile, il Quirinale a fare l'arbitro che gioca: era impensabile persino un governo di legislatura. Perciò, per lavorare al progetto di un nuovo ciclo, che includa almeno due legislature, bisogna soddisfare importanti requisiti.

Il parlamento non può rimanere un bivacco per cacciatori di prebende o un campo di battaglia a colpi di ingiurie e agguati al momento del voto. Le Camere devono recuperare la loro insostituibile funzione di elaborazione legislativa ma non più in modo disperso, sfornando migliaia di leggi particolari. La legislazione deve ritrovare l'interesse pubblico e distendersi sull'orizzonte delle riforme.

Poi la minoranza. L'abbraccio con l'opposizione non è soltanto la carota dopo la bastonata delle elezioni. E' soprattutto il coinvolgimento del Pd nella nuova partita in cui si decide il futuro dell'Italia - è un invito a partecipare oppure a restare esclusi. In entrambi i casi è il Pdl a condurre le danze, perché il Pd può solo pronunciare un fatidico «sì» oppure fare la fine della zitella. Anche per la sinistra è una sfida epocale: deporre il fardello delle ideologie e tuffarsi in un bagno di pragmatismo, oppure rievocare gli spettri del passato per finirne posseduta. L'officina del centrosinistra è andata in fallimento e la nascita del Pdl ha attratto il baricentro della sinistra verso posizioni meno massimaliste. Se il Pd accetta l'intesa di fondo con il Pdl, i rapporti tra maggioranza e minoranza saranno liberati dalla pesante zavorra dei continui litigi per sabotarsi l'uno con l'altro.

Infine le riforme costituzionali per stabilizzare il cambiamento politico. Aggiornare la Costituzione non è più un attentato alla sua sacralità. E' la ricezione, sottoforma di norma giuridica, di nuovi contenuti politici che vengono regolati in modo stabile e definitivo nella Costituzione. E' il modo più democratico per assicurare che le trasformazioni conquistate a caro prezzo non finiscano lavate via con un colpo di spugna da un qualunque governo fuori fase. Una lunga stagione di interventi legislativi, il confronto pragmatico con l'opposizione e le riforme costituzionali - Berlusconi si accinge a forgiare una nuova epoca.

! Gabriele Cazzulini
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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
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